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Marchio

Ho avuto un incubo terribile. Non mi meraviglia tanto il sogno in sé, ma mi domando come possa io aver trovato il coraggio di sognare delle cose terribili, quando sono un tranquillo e rispettabile cittadino, un obbediente figlio della nostra cara, afflitta madre Serbia, in nulla diverso da tutti gli altri suoi figli. Naturalmente, sapete, se fossi un’eccezione in alcunché, sarebbe diverso, ma così non è, mio caro amico, io mi comporto esattamente come gli altri, e per quanto riguarda l’essere attento in ogni cosa, non ho eguali. Una volta vidi un brillante bottone della divisa d’un poliziotto in mezzo alla strada, e fissai quell’incantato baluginare, quasi sul punto di passare oltre, colmo di dolci reminiscenze, quando d’un tratto la mia mano prese a tremolare e si irrigidì in un saluto; il mio capo si rovesciò verso terra da solo, e la mia bocca si allargò in quell’amorevole sorriso che tutti noi esibiamo quando riveriamo i nostri superiori.

—  Sangue nobile scorre nelle mie vene — così stanno le cose! — Questo è ciò che pensai al momento e guardai con sdegno il barbaro passante che calpestava incurante il bottone.

— Un barbaro! — dissi amaramente, e sputai, riprendendo poi a camminare tranquillamente, consolato dal pensiero che simili selvaggi sono pochi; e fui particolarmente grato che Dio mi avesse dato un cuore raffinato e il nobile, cavalleresco sangue dei nostri antenati.

Be’, potete avvedervi adesso di quale meraviglioso uomo io sia, niente affatto diverso dagli altri cittadini rispettabili, e senza dubbio vi meraviglierete di come una tale orrenda e sciocca cosa possa avvenire nei miei sogni.

Quel giorno non mi era accaduto nulla di inusuale. Ebbi una buona cena e sedetti poi a stuzzicarmi i denti con calma; sorseggiai quindi il mio vino, dopodiché, essendomi avvalorato in modo sì coraggioso e coscienzioso dei miei diritti come cittadino, andai a letto portando con me un libro per potermi addormentare più velocemente.

Il libro presto mi scivolò dalle mani, avendo, naturalmente, appagato il mio desiderio e, compiuti che erano i miei doveri, mi addormentai innocente come un agnello.

D’un tratto mi ritrovo  per una strada stretta e fangosa che si si snoda attraverso delle montagne. La notte è fredda e scura. Il vento ulula tra i rami secchi e gli incavi come un rasoio che tocchi la pelle nuda. Il cielo è nero, plumbeo e minaccioso, e la neve, come polvere, soffia negli occhi e sferza il volto. Non v’è una sola anima viva in giro. Io mi affretto e di tanto in tanto scivolo sulla strada fangosa a sinistra e a destra. Vacillo e cado e alla fine mi smarrisco. Vago — Dio sa dove — e non è un’ordinaria, breve notte, ma una lunga quanto un secolo, e io non faccio che camminare senza sapere dove vada.

Così ho camminato per molti anni e sono giunto in qualche luogo, molto, molto lontano dal mio paese natale in una parte ignota del mondo, in una terra strana che probabilmente nessuno conosce e che, ne sono certo, è possibile vedere solo nei sogni.

Vagando per la terra sono giunto in una grande città abitata da molte persone. Nell’ampio mercato era un’enorme folla, che emetteva un terribile frastuono, bastante a sfondare i timpani. Mi fermai in una locanda di fronte al mercato e chiesi al locandiere perché v’erano così tante persone riunite…

— Siamo gente tranquilla e rispettabile, — egli prese a narrare, — siamo fedeli e obbedienti al sindaco.

— Il sindaco non è la vostra somma autorità, non è così? — domandai, interrompendolo.

— È li sindaco a governare qui ed egli è la nostra somma autorità; la polizia viene dopo.

Io risi.

— Perché state ridendo?… Non lo sapete?… Di dove venite?

Gli dissi di come avevo smarrito la via, e che giungevo da una terra distante: la Serbia.

— Ho sentito di quella famosa nazione! — il locandiere sussurrò a se stesso, guardandomi con rispetto, e quindi disse a voce alta:

— È così che funziona da noi, — proseguì, — il sindaco governa qui avvalendosi delle sue guardie.

— Come sono queste guardie?

— Be’, esistono diverse specie di guardie: esse variano secondo il rango. Ce ne sono di più fini e meno fini… Sapete, noi siamo gente tranquilla e rispettabile, ma ogni genere di vagabondi giungono dal circondario, costoro ci corrompono e ci insegnano cose cattive. Per contraddistinguere ognuno dei nostri cittadini dagli altri il sindaco ieri ha dato l’ordine che l’intera cittadinanza si rechi al tribunale locale dove ciascuno di noi riceverà un marchio sulla fronte. È per questo che così tanta gente si è radunata: per decidere cosa fare.

Rabbrividì e pensai che avrei dovuto fuggire da questo strano paese quanto più velocemente mi riuscisse, perché io, per quanto Serbo, non ero avvezzo a un tale sfoggio di spirito cavalleresco, e mi sentivo un po’ a disagio al riguardo!

Il locandiere rise con benevolenza, mi diede una pacca sulla spalla, e disse con fierezza:

— Ah, straniero, basta questo a spaventarvi? Nessuna meraviglia, dovete farne di strada per trovare un coraggio simile al nostro!

— E cosa intendete fare? — domandai timidamente.

— Che domande! Vedrete quanto siamo impavidi. Dovete farne di strada per trovare un coraggio simile al nostro, ve lo dico io. Avete viaggiato in lungo e in largo e visto il mondo, ma sono certo che non avete visto mai eroi più grandi di quanto lo siamo noi. Rechiamoci colà insieme. Devo affrettarmi.

Eravamo giusto sul punto di andare quando udimmo, davanti alla porta, lo schiocco di una frusta.

Sbirciai fuori: era uno spettacolo da vedersi — un uomo con un brillante berretto a tre corna in capo, vestito in modo sgargiante, a cavalcioni di un altro individuo vestito sontuosamente in abiti di taglio civile. Egli si fermò davanti alla locanda e il cavaliere scese.

Il locandiere uscì, s’inchinò al suolo e l’uomo in abiti sgargianti entrò nella locanda dirigendosi a un tavolo particolarmente decorato. Quello in abiti civili rimase davanti alla locanda in attesa.

— Che significa tutto questo? — domandai al locandiere, profondamente perplesso.

— Be, colui che è entrato nella locanda è una guardia di alto rango, e quest’uomo è uno dei cittadini più illustri, ricchissimo e gran patriota, — sussurrò il locandiere.

— Ma perché consente all’altro di stargli a cavalcioni?

Il locandiere scrollò il capo verso di me e ci facemmo da parte. Egli mi rivolse un sorriso sprezzante e disse:

— Noi lo consideriamo un alto onore che raramente è meritato! — Mi disse inoltre molte altre cose, ma io ero così eccitato da non riuscire a intenderle. Ma udii piuttosto bene cosa egli disse alla fine: — È un servigio al proprio paese che non tutte le nazioni hanno ancora imparato ad apprezzare!

Giungemmo alla riunione e l’elezione del presidente era già in corso.

Il primo gruppo propose un uomo chiamato Kolb, se ricordo bene il nome, come aspirante alla presidenza; il secondo gruppo voleva Talb, e il terzo aveva il suo candidato.

Vi fu una terribile confusione: ogni gruppo desiderava promuovere il proprio uomo.

— Io penso che non abbiamo un uomo migliore di Kolb per la presidenza di un tale importante consesso, — disse una voce dal primo gruppo, — poiché noi tutti conosciamo sì bene le sue virtù come cittadino e il suo grande coraggio. Non penso ci sia alcuno tra noi presenti che possa vantare di essere stato cavalcato così di frequente dalle persone che contano davvero…

— Chi siete voi per poterlo dire, — strillò qualcuno dal secondo gruppo, — Voi non siete mai stato cavalcato da una guardia tirocinante!

— Conosciamo quali sono le vostre virtù, — gridò qualcuno dal terzo gruppo. – Non avete mai subito un solo colpo di frusta senza latrare!

— Chiariamo la questione! — cominciò Kolb, — è vero che persone di riguardo mi salivano a cavalcioni già dieci anni fa; esse mi hanno frustato e io non ho mai emesso un gemito, ma cionondimeno possono ben esserci candidati più meritevoli tra di noi. Ce ne sono forse di più giovani.

— No, no — gridarono i suoi sostenitori.

— Non vogliamo sentir parlare di onori scaduti! Sono dieci anni da quando Kolb è stato cavalcato, — urlarono le voci dal secondo gruppo.

— Il sangue giovane sta prendendo il sopravvento, lasciate che i cani vecchi mastichino ossa vecchie, — disse qualcuno dal terzo gruppo.

D’un tratto il rumore cessò; le persone mossero indietro, a destra e a manca, per fare strada e vidi un giovanotto di circa trent’anni. Mentre egli si appressava tutti i capi s’inchinarono.

— Chi è costui? — sussurrai al mio locandiere.

— Egli è il capofila del popolo. Un uomo giovane, ma molto promettente. Agli inizi poteva già vantarsi di aver portato sulle spalle il sindaco tre volte. Egli è più popolare di chiunque altro.

— Forse eleggeranno lui? — m’informai.

— È più che certo, poiché per quanto concerne gli altri candidati — essi sono tutti più anziani, il tempo ha avuto la meglio su di loro, laddove il sindaco proprio ieri era a cavalcioni sulla sua schiena.

— Come si chiama?

— Kleard.

Gli diedero un posto d’onore.

— Io penso — la voce di Kolb ruppe il silenzio, — che non possiamo trovare un uomo migliore di Kleard per questa posizione. Egli è giovane, ms nessuno di noi più anziani gli è uguale.

— Ascoltate, ascoltate!… Lunga vita a Kleard! — ruggirono tutte le voci.

Kolb e Talb lo condussero al posto del presidente. Tutti s’inchinarono profondamente, e calò il silenzio assoluto.

— Grazie fratelli, per la vostra stima e quest’onore che m’avete conferito così unanimemente. Le vostre speranze, che ora mi avete affidate, sono una lusinga troppo grande. Non è facile condurre la nave delle speranze della nazione in questi giorni così importanti, ma farò quanto è in mio potere per giustificare la vostra fiducia, per rappresentare onestamente la vostra opinione, e per meritare la vostra stima nei miei confronti. Grazie, fratelli miei, per avermi eletto.

— Urrà! Urrà! Urrà! — tuonarono i votanti da ogni lato.

— E ora, fratelli, spero che mi consentiate di dire qualche parola a proposito di questo importante evento. Non è facile soffrire simili afflizioni, tormenti come quelli che sono in serbo per noi; non è facile farsi marchiare la fronte col ferro rovente. No, davvero: non sono dolori che  ogni uomo può sopportare. Che i codardi tremino, che essi impallidiscano dalla paura, ma noialtri non dobbiamo dimenticare per un solo istante che siamo figli di antenati impavidi, che sangue nobile scorre nelle nostre vene, il sangue eroico dei nostri nonni, i grandi cavalieri che erano soliti perire senza battere ciglio per la libertà e il bene di tutti noi, loro progenie. La nostra sofferenza è lieve, se solo pensate alla loro: dovremmo condurci come membri di una razza degenerata e codarda adesso che viviamo meglio di quanto mai prima d’ora? Ogni vero patriota, chiunque non voglia mettere in ridicolo la nostra nazione di fronte al mondo intero, sopporterà il dolore come un uomo e un eroe.

— Ascoltate! Ascoltate! Lunga vita a Kleard!

Vi furono alcuni oratori dopo Kleard; essi incoraggiarono la gente intimorita e ripeterono più o meno quanto Kleard aveva detto.

Quindi un pallido vecchio, dal volto rugoso, i capelli e la barba bianchi come la neve, chiese di parlare. Le sue ginocchia vacillavano per l’età, le sue mani tremolavano, la schiena era curva. La sua voce era incerta, gli occhi erano lucidi di lacrime.

— Figlioli, — principiò, le lacrime che gli colavano lungo le guance rugose e cadevano sulla nivea barba, — Sono un miserabile e morrò presto, ma mi pare che fareste meglio a non permettere a una simile onta di gravare su di voi. Ho cent’anni, e ho vissuta tutta la mia vita facendone a meno!… Perché il marchio della schiavitù dovrebbe essere impresso adesso sulla mia fronte incanutita e stanca?…

— Abbasso quella vecchia canaglia! — gridò il presidente.

— Abbasso! — urlarono altri.

— Il vecchio codardo!

— Anziché incoraggiare i giovani, egli sta spaventando tutti quanti!

— Dovrebbe vergognarsi dei suoi capelli grigi! Ha vissuto abbastanza, e riesce ancora a provare timore — noi che siamo giovani siamo più coraggiosi…

— Abbasso il codardo!

— Gettatelo fuori!

— Abbasso!

Una folla inferocita di prodi, giovani patrioti s’avventò sul vecchio e nella foga cominciò a spingerlo, strattonarlo e prenderlo a calci.

Alla fine lo lasciarono andare a causa della sua età — altrimenti lo avrebbero lapidato vivo.

Tutti si ripromisero di essere coraggiosi l’indomani e di mostrarsi degni dell’onore e della gloria della propria nazione.

La gente si allontanò dal consesso in un ordine eccellente. Mentre si separavano dicevano:

— Domani si vedrà di che pasta si è fatti!

— Domani sistemeremo i fanfaroni!

— È giunto il momento per i degni di distinguersi dagli indegni, cosicché nessun lazzarone potrà vantare un cuor di leone!

Tornai alla locanda.

— Avete veduto di che tempra siamo fatti? — mi domandò il locandiere con fierezza.

— In effetti, – risposi automaticamente, sentendo che le forze mi avevano abbandonato e che il capo mi ronzava con delle strane impressioni.

Quello stesso giorno lessi nel giornale un articolo di testa che riportava quanto segue:

— Cittadini, è tempo di porre fine alle vanagloriose esaltazioni e spavalderie tra di noi; è tempo di finirla con l’ammirare le parole vuote che adoperiamo in profusione per fare mostra delle nostre immaginarie virtù e doti. È giunto il tempo, cittadini, di mettere alla prova le nostre parole e di palesare chi è davvero degno e chi non lo è! Ma noi siamo persuasi che non vi saranno ignobili vili tra di noi che dovranno essere condotti a forza al luogo di marchiatura stabilito. Ognuno di noi che sente nelle proprie vene una stilla del nobile sangue dei nostri antenati smanierà per essere tra i primi a sopportare il dolore e l’angoscia, fieramente e con serenità, perché questo dolore è sacro, è un sacrificio per il bene del paese e per il benessere di noi tutti. Avanti, cittadini, perché domani è il giorno del nobile cimento!…

Il mio locandiere quel giorno andò a letto subito dopo l’assemblea per poter giungere il prima possibile al posto convenuto il giorno seguente. Tuttavia, molti erano andati direttamente al municipio per trovarsi quanto più possibile all’inizio della fila.

Il giorno seguente mi recai anch’io al municipio. Erano tutti là: giovani e anziani, maschi e femmine. Alcune madri si erano presentate con i loro piccoli tra le braccia, di modo che questi potessero essere marchiati con il segno della schiavitù, ovverosia dell’onore, guadagnando così un diritto maggiore alle posizioni più elevate nel servizio civile.

V’erano spintoni e imprecazioni (in ciò essi rassomigliano alquanto a noi Serbi, e io in qualche modo ne fui contento), e chiunque si accaniva per essere il primo all’uscio. Alcuni addirittura ne afferravano altri per la gola.

I marchi venivano apposti da un particolare pubblico addetto, in un bianco abito di circostanza, che redarguiva blandamente la gente:

— Non mormorate, per amor di Dio, arriverà il turno di ognuno — non siete bestie, suppongo che possiamo farcela senza spingere.

La marchiatura iniziò. Un tale gridò, un altro gemette, ma nessuno riuscì a sopportarla senza emettere un suono fintanto che io assistetti.

Non riuscì a tollerare a lungo la vista di questa tortura, così tornai alla locanda, ma alcuni di essi erano già lì che  mangiavano e bevevano.

— È finita! — disse uno di loro.

— Be’, non abbiamo urlato per davvero, ma Talb ragliava come un asino!… — disse un altro.

— Vedete cos’è questo vostro Talb, e voi ieri lo avete voluto come presidente dell’assemblea.

— Ah, non si può mai dire!

Essi discorrevano, gemendo dal dolore e contorcendosi, ma cercando di nasconderlo l’uno all’altro, poiché ognuno provava vergogna all’idea di essere creduto un codardo.

Kleard si disonorò, poiché gemette, e un uomo di nome Lear fu un eroe perché chiese di avere due marchi impressi sulla fronte e non emise un solo lamento. L’intera città non faceva che parlare di lui con il più grande rispetto.

Alcune persone fuggirono, ma costoro furono disprezzati da tutti.

Dopo qualche giorno colui che aveva due marchi sulla fronte camminava a testa alta, con dignità e stima di sé, gonfio di gloria e orgoglio, e ovunque andasse, tutti s’inchinavano e scappellavano per salutare l’eroe del giorno.

Uomini, donne e bambini gli correvano dietro per le strade per vedere il più grand’uomo della nazione. Ovunque andasse, bisbigli inspirati dall’ammirazione lo seguivano: “Lear, Lear!… È lui! È l’eroe che non ha latrato, che non ha emesso un gemito mentre gli venivano impressi due marchi sulla fronte!” Egli era nei titoli dei giornali, lodato e glorificato.

E s’era meritato l’amore della gente.

Ovunque odo simili elogi, e comincio a sentire il vecchio, nobile sangue Serbo che mi scorre nelle vene. I nostri antenati erano eroi, essi sono periti impalati per la libertà; anche noi abbiamo il nostro passato eroico e il nostro Kosovo. Sono acceso di orgoglio e vanità nazionale, ansioso di mostrare quanto impavida è la mia razza e di correre al municipio per gridare:

— Perché lodate il vostro Lear?… Non avete mai visto autentici eroi! Venite a vedere di persona che cos’è il nobile sangue Serbo! Apponete dieci marchi sulla mia fronte, non soltanto due!

L’impiegato civile in abito bianco accostò il suo marchio alla mia fronte, e io cominciai… Mi risvegliai dal sogno.

Mi strofinai la fronte con timore e mi segnai, meravigliandomi delle strane cose che appaiono nei sogni.

— Ho quasi oscurato la gloria del loro Lear, — pensai e, soddisfatto, mi girai, e in qualche modo mi dispiacque che il mio sogno non fosse giunto alla sua conclusione.

 

A Belgrado, 1899
Per il progetto “Radoje Domanović” tradotto da Walter Taurisano, 2020

Ragionamento di un comune bue serbo

Molte cose sorprendenti accadono a questo mondo, e il nostro paese, come molti sanno, eccede di meraviglie al punto che le meraviglie non sono più tali. Ci sono degli individui qui da noi che occupano delle posizioni veramente di alto prestigio che non pensano affatto, ed ecco allora che come una forma di compensazione, o magari per qualche altra ragione, un comune bue di campagna, che non differisce di una virgola dagli altri buoi Serbi, cominciò a pensare. Dio sa cosa accadde per far sì che questo ingegnoso animale osasse imbarcarsi in un’impresa così impudente, specialmente considerando che in Serbia questa infelice occupazione può solo arrecarvi danno. Diciamo allora che questo povero diavolo, nella sua ingenuità, non sapeva che un tale ufficio non rende nella sua patria, così non gli riconosceremo alcun coraggio civico. Pure rimane un mistero il perché un bue debba pensare dal momento che non è un elettore, né un normale consigliere o un sindaco, né è stato eletto deputato in alcuna assemblea bovina, o tanto meno senatore (se questo ha raggiunto una certa età). E casomai l’anima bella avesse sognato di diventare ministro di stato in qualsivoglia paese bovino, essa avrebbe dovuto sapere che all’opposto, sarebbe stato necessario far pratica del come pensare il meno possibile, come quei ministri eccellenti in alcuni paesi più felici, per quanto il nostro paese non sia così fortunato nemmeno da questo punto di vista. In fin dei conti, perché dovremmo preoccuparci del motivo per il quale un bue Serbo ha intrapreso un’attività abbandonata dalla gente? Inoltre, potrebbe darsi che esso abbia iniziato a pensare semplicemente in virtù di un qualche suo istinto naturale.

Quindi, di che genere di bue si tratta? Un comune bue che, come la zoologia ci insegna, ha una testa, un corpo e degli arti, come tutti gli altri buoi; esso tira un carretto, pascola sull’erba, lecca il sale, rumina e muggisce. Il suo nome è Cenerino.

Ecco come iniziò a pensare. Un giorno il suo padrone mise sotto giogo lui e il suo compagno, Nerino, caricò alcuni picchetti rubati sul carretto e li portò in città per venderli. Quasi immediatamente non appena fu entrato in città egli vendette i picchetti e quindi tolse il giogo a Cenerino e al suo compagno, agganciò la catena che li assicurava al giogo, gli gettò davanti un fascio di Rudbeckia, e se ne andò allegro in una piccola taverna per rinfrescarsi con qualche bicchiere. Si svolgeva una fiera in paese, così s’incrociavano uomini, donne e bambini per ogni dove. Nerino, che era noto tra gli altri buoi per essere alquanto tonto, non guardò nulla, ma si dedicò in tutta serietà al suo pranzo, fece una scorpacciata, mugghiò un po’ per il puro piacere di farlo, e quindi si distese, sonnecchiando placidamente e ruminando. Tutte quelle persone che passavano non erano affar suo. Lui semplicemente sonnecchiava e ruminava (è un peccato che non fosse un umano, con simili predisposizioni atte a una nobile carriera). Cenerino invece non poteva prendere un solo boccone. I suoi occhi sognanti e l’espressione triste sul muso mostravano di primo acchito che questi era un pensatore, e una delicata, impressionabile anima. La gente, Serbi, gli passava accanto, fieri del loro glorioso passato, del loro nome, della loro nazione, e questo orgoglio si rivelava nel loro contegno e passo severo. Cenerino osservò tutto questo, e d’un tratto il suo animo fu avvinto dalla pena e dal dolore per la tremenda ingiustizia, ed esso non poté che soccombere a una simile forte, improvvisa e intensa emozione: questi mugghiò tristemente, dolorosamente, le lacrime negli occhi. E nel suo immenso dolore, Cenerino cominciò a pensare:

– Di cosa il mio padrone e i suoi compatrioti, i Serbi, vanno così fieri? Perché tengono le loro teste così alte e guardano alla mia gente con orgoglio altezzoso e disprezzo? Essi sono fieri della loro madrepatria, orgogliosi che un fato benigno gli ha permesso di nascere qui in Serbia. Anche mia madre mi ha dato alla luce qui in Serbia, e la Serbia non è soltanto la mia madrepatria ma anche quella di mio padre, e i miei antenati, proprio come i loro, sono giunti in queste terre dalla vecchia patria Slava. Eppure nessuno di noi buoi si è sentito fiero di questo, siamo solo orgogliosi della nostra capacità di tirare un carico più pesante in salita; fino ad oggi un bue non ha mai detto a un bue Tedesco: “Che volete da me, io sono un bue Serbo, la mia patria è la fiera nazione Serba, tutti i miei avi sono stati generati in questo luogo, e qui, in codesta terra, sono le tombe dei miei antenati”. Dio ce ne scampi, non ci siamo mai inorgogliti di questo, giammai c’è saltato in mente, mentre essi ne vanno persino fieri. Strana gente!

Preso da simili pensieri, il bue scrollò mestamente il capo, la campana sul collo che suonava e il gioco che scricchiolava. Nerino aprì gli occhi, guardò il suo amico e muggì:

– Di nuovo con queste tue buffonate! Mangia, sciocco, ingrassa un po’, guarda le tue costole che sporgono; se pensare fosse stato un bene, la gente non l’avrebbe lasciato a noi buoi. Non saremmo certo stati così fortunati!

Cenerino guardò il suo compagno con pietà, ritrasse la testa da lui, e tornò a immergersi nei suoi pensieri.

– Essi vanno fieri del loro passato glorioso. Essi hanno il loro Campo del Kosovo. Capirete, i miei avi non tiravano carretti con cibo e armamenti già allora? Non fosse stato per noi, la gente avrebbe dovuta farlo da sé. Poi vi fu la sommossa contro i Turchi. Una grande, nobile impresa, ma chi si trovava colà a quel tempo? Sono stati questi altezzosi sempliciotti, impettiti con fierezza davanti a me come se fosse merito loro, a sollevare la rivolta? Prendete il mio padrone come esempio. Anch’egli è così orgoglioso e mena vanto della rivolta, specialmente considerando il fatto che il suo bisnonno perì nella guerra di liberazione come un autentico eroe. Ed è questo merito del mio padrone? Il suo bisnonno ha il diritto di essere fiero, ma non lui; il suo bisnonno è morto affinché il mio padrone, suo discendente, potesse essere libero. Così egli è libero, e come usa la propria libertà? Egli ruba i picchetti degli altri, siede sul carretto e io devo condurre sia lui che i picchetti mentre egli è addormentato alle redini. Ora ha venduto i suoi picchetti, sta bevendo liquore, non fa nulla e s’inorgoglisce del suo glorioso passato. E quanti dei miei antenati sono stati massacrati nella sommossa per nutrire i combattenti? E i miei antenati all’epoca non trascinavano armamenti, cannoni, cibo, munizioni? Eppure noi non ci vantiamo dei loro meriti perché non siamo cambiati; noi compiamo ancora il nostro dovere oggidì, così come i nostri antenati, pazientemente e coscienziosamente.

Essi sono fieri delle sofferenze dei loro antenati e di cinquecento anni di schiavitù. I miei simili hanno sofferto per l’intera loro esistenza, e oggidì ancora soffriamo e siamo ridotti in schiavitù, eppure non lo urliamo a squarciagola. Essi dicono che i Turchi li hanno torturati, assassinati e impalati; be’, i miei antenati venivano assassinati allo stesso modo dai Turchi come dai Serbi, e arrostiti, e sottoposti a ogni genere di torture.

Essi sono fieri della loro religione, eppure non credono in nulla. Che colpa abbiamo io e i miei simili se non possiamo essere accettati tra i Cristiani? La loro religione dice loro di “non rubare” ed ecco che il mio padrone ruba e beve col danaro ottenuto dal rubare. La loro religione li esorta ad amare i loro vicini, eppure essi non si fanno altro che del male l’un l’altro. Per loro, l’uomo migliore, un esempio di virtù, è colui che non fa alcun male, e naturalmente nessuno pensa di chiedere a qualcuno di fare anche qualcosa di buono, a parte il non fare del male. Questo dice quanto siano caduti in basso, che i loro esempi di virtù non sono meglio di qualsiasi oggetto inutile che non sia dannoso.

Il bue sospirò profondamente, e il suo respiro sollevò la polvere dalla strada.

– Così, – il bue proseguì i suoi tristi pensieri – da questo punto di vista, non siamo io e i miei simili migliori in ciò di tutti loro? Io non ho mai assassinato nessuno, non ho mai diffamato alcuno, non ho rubato nulla, non ho licenziato un uomo innocente dal pubblico servizio, non ho causato un ammanco nel tesoro nazionale, non ho dichiarato una bancarotta fraudolenta, non ho mai posto in catene o arrestato delle persone innocenti, non ho mai calunniato i miei amici, non sono mai andato contro i miei principi bovini, non ho reso falsa testimonianza, non sono mai stato un ministro di stato e non ho mai causato alcun male al paese, e non solo non ho mai fatto alcun male, ma faccio anche del bene a coloro che mi fanno del male. Mi madre mi ha dato alla luce, e subito degli uomini malvagi mi hanno sottratto il latte di mia madre. Se non altro Dio ha creato l’erba per noi buoi, e non per gli uomini, eppure essi ci privano anche di questa. Pure, nonostante tutti quei colpi, noi tiriamo i carretti degli uomini, ariamo i loro campi e gli diamo il pane. Malgrado ciò nessuno ammette i meriti di ciò che facciamo per la patria…

– Oppure considerate il digiuno come esempio; be’, agli uomini, la religione dice di digiunare in tutti i giorni festivi, eppure essi non sono disposti a sopportare nemmeno questo piccolo digiuno, mentre io e la mia gente digiuniamo tutta la vita, sin da quando siamo stati svezzati per la prima volta dal seno di nostra madre.

Il bue chinò il capo come se fosse preoccupato, quindi lo risollevò di nuovo, sbuffò con rabbia, e parve che qualcosa di importante gli stesse tornando in mente, tormentandolo; d’un tratto, mugghiò gioiosamente:

– Oh, adesso lo so, deve trattarsi di questo – e seguitò a ragionare, – è questo: essi sono fieri della loro libertà e dei diritti civili. Devo ponderare seriamente la questione.

Ed esso pensava, pensava, ma non riusciva a comprendere.

– Quali sono questi loro diritti? Se la polizia gli ordina di votare, essi votano, e parimenti, noi potremmo altrettanto facilmente mugghiare: “Pee-e-e-er!” E se non gli viene ingiunto, essi non osano votare, o anche solo immischiarsi in politica, proprio come noi. Essi inoltre vengono battuti in prigione, anche se sono del tutto innocenti. Se non altro noi mugghiamo e agitiamo la coda, ed essi non hanno nemmeno questo piccolo coraggio civico.

In quel mentre, il suo padrone uscì dalla taverna. Ubriaco, barcollante, gli occhi annebbiati, mormorando qualche parola incomprensibile, egli si diresse errando verso il carretto.

– Guardate, come sta usando questo fiero discendente la libertà conquistata con il sangue dei suoi antenati? Certo, il mio padrone è un ubriacone e un ladro, ma come usano gli altri questa libertà? Semplicemente per oziare e inorgoglirsi del passato e del merito dei loro antenati al quale hanno contribuito tanto quanto me. E noialtri buoi, noi siamo rimasti lavoratori laboriosi e utili tanto quanto lo furono i nostri antenati. Siamo buoi, ma possiamo ancora essere fieri del nostro duro lavoro e dei nostri meriti oggidì.

Il bue sospirò profondamente e preparò il collo per il giogo.

 

A Belgrado, 1902
Per il progetto “Radoje Domanovic” tradotto da Walter Taurisano, 2020