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Condottiero (2/3)

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Il giorno seguente si riunì chiunque avesse il coraggio di intraprendere un lungo viaggio. Più di duecento famiglie si ritrovarono nel posto convenuto. Soltanto qualcuna era rimasta a casa  per badare alla vecchia dimora.

Era davvero triste vedere questa massa di persone miserevoli che un’amara iattura aveva costretto ad abbandonare la terra nella quale erano nati e dove erano posti i sepolcri dei loro antenati. I loro volti erano macilenti, consunti e bruciati dal sole. La fatica dei tanti, lunghi anni operosi mostrava i segni su di loro e presentava un’immagine di miseria e amara disperazione. Ma in questo preciso istante s’intravvedeva il primo barlume di speranza – di certo commisto alla nostalgia. Una lacrima solcava il volto rugoso di tanti anziani che sospiravano angosciati e scrollavano il capo con aria di triste presagio. Avrebbero preferito restare ancora per qualche tempo così da morire anch’essi tra queste rocce piuttosto che andare in cerca di una patria migliore. Molte donne gemevano gravemente e davano l’addio ai loro cari le cui tombe stavano abbandonando.

Gli uomini cercavano di mostrarsi coraggiosi e gridavano, – Be’, volete continuare a morire di fame in questa terra dannata e vivere in queste baracche? – In realtà, non avrebbero desiderato altro che portare con loro l’intera maledetta regione se ciò fosse stato possibile.

C’erano il solito trambusto e gli strepiti che accompagnano ogni moltitudine. Sia gli uomini che le donne erano inquieti. I bambini strillavano nei lettini dietro la schiena delle proprie madri. Persino il bestiame era un po’ a disagio. Non c’erano molti bovini, giusto un vitello qua e la e un magro, tremolante ronzino dalla grossa testa e le gambe grasse sul quale caricavano vecchi tappeti, borse e persino due sacchi nelle bisacce, di modo che la povera bestia ondeggiava sotto il peso. Eppure questa riusciva a rimanere su e di tanto in tanto nitriva. Altri stavano caricando somari; i bambini trascinavano dei cani al guinzaglio. Parole, grida, imprecazioni, lamenti, pianti, guaiti, nitriti – tutto abbondava. Persino un asino ragliò qualche volta. Ma il condottiero non profferì parola, come se l’intera faccenda non lo riguardasse. Un uomo veramente saggio!

Egli si limitava a sedere pensoso e in silenzio, il capo chino. Ogni tanto sputava; questo era quanto. Tuttavia, in virtù del suo strano comportamento, la sua popolarità crebbe al punto che, come si suol dire, tutti quanti avrebbero attraversato fuoco e acqua per lui. Potevano udirsi le seguenti conversazioni:

– Dovremmo essere contenti di aver trovato un simile individuo. Se fossimo andati avanti senza di lui, Dio ce ne scampi! Saremmo periti. È davvero intelligente, ve lo dico io!  Egli è silente. Ancora non ha pronunziato una parola! – disse uno mentre guardava al condottiero con rispetto e orgoglio.

– Che cosa dovrebbe dire? Chiunque parli molto non pensa granché. È un uomo perspicace, questo è certo! Egli si limita a ponderare e non dice nulla, – soggiunse un altro, e anche lui rimirò incantato il condottiero.

– Non è facile guidare così tanta gente! Egli deve raccogliere i suoi pensieri perché ha un grave compito da portare a termine, – disse di nuovo il primo.

Giunse il tempo dei preparativi. Essi attesero un po’, comunque, per vedere se qualcun altro cambiasse idea e li seguisse, ma siccome non si presentò nessuno, non poterono indugiare oltre.

– Non dovremmo incamminarci? – chiesero al loro condottiero.

Egli si levò senza dire una parola.

Gli uomini più coraggiosi si raccolsero subito intorno a lui per poter essere d’aiuto in caso di pericolo o di una qualche emergenza.

Il condottiero, accigliato, il capo chino, mosse qualche passo, facendo ondeggiare il bastone davanti a lui con fare solenne. Il gruppo mosse al suo seguito e gridò diverse volte: “Lunga vita al nostro condottiero!” Egli fece qualche altro passo e incappò nella recinzione di fronte al municipio. Là, naturalmente, si fermò; così anche il seguito fece altrettanto. Il condottiero allora indietreggiò un po’ e batté alcune volte il bastone sulla recinzione.

– Cosa vuoi che facciamo? – domandarono loro.

Egli non disse nulla.

– Cosa dovremmo mai fare? Abbattere la recinzione! E questo che dobbiamo fare! Non vedete che ci sta indicando con il suo bastone cosa fare? – gridarono coloro che circondavano il condottiero.

– C’è il cancello! C’è il cancello! – gridarono i bambini indicando il cancello che era di fronte a loro.

– Silenzio, state buoni, piccoli!

– Che Dio ci assista, che accade? –  disse qualche donna segnandosi.

– Non una parola! Egli sa cosa bisogna fare. Abbattete la recinzione!

In un istante fu come se la recinzione non fosse mai stata là.

Essi la oltrepassarono.

Avevano percorso sì e no cento passi quando il condottiero s’mbatté in un grosso cespuglio di spine e si fermò. Riuscì a tirarsene fuori con grande difficoltà e quindi prese a battere il suo bastone in ogni direzione.

– Che altro, adesso? – gridarono quelli nelle retrovie.

– Abbattete il cespuglio di spine! – esclamarono coloro che circondavano il condottiero.

– C’è la strada dietro il cespuglio di spine. Eccola! – gridarono i bambini e anche molte persone che stavano dietro.

– C’è la strada! C’è la strada! – schernirono quelli intorno al condottiero, rifacendo loro il verso con sdegno. – E come possiamo noi uomini cechi sapere dove egli ci stia conducendo? Non è da tutti dare ordini. Il condottiero conosce la strada migliore e la più diretta. Abbattete il cespuglio di spine!

Essi si precipitarono per liberare il passo.

– Ahi, – gemette qualcuno punto sulla mano da una spina e qualcun altro colpito in volto dal ramo di una mora.

– Fratelli, non potete ottenere qualcosa in cambio di nulla. Dovete impegnarvi un po’ per riuscire, – rispose il più coraggioso del gruppo.

Dopo molto penare si fecero largo attraverso il cespuglio e proseguirono.

Dopo aver vagato per un altro po’, s’imbatterono in un mucchio di tronchi. Anche questi furono gettati da un lato. Quindi proseguirono.

Il primo giorno venne fatta molta poca strada poiché essi dovettero superare molteplici, simili ostacoli. Per giunta ciò avveniva con scarse vettovaglie perché alcuni avevano portato con sé solo pane secco e un po’ di formaggio mentre altri non avevano che del pane secco per placare la loro fame. Alcuni non avevano proprio nulla. Per fortuna era estate così che poterono trovare qualche albero da frutto qua è là.

Così, malgrado il primo giorno non avessero lasciato dietro di sé che un breve tratto, essi erano molto stanchi. Non si presentarono grossi pericoli e non ci furono nemmeno incidenti. Naturalmente in un’impresa così complessa i seguenti eventi devono essere considerate delle inezie: una spina conficcata nell’occhio sinistro di una donna, che questa aveva coperto con un panno bagnato; un bambino zoppicante che inveiva a un tronco; un vecchio che aveva inciampato in un cespuglio slogandosi una caviglia – dopo che vi era stata applicata della cipolla tritata, l’uomo aveva sopportato coraggiosamente il dolore e, piegato sul suo bastone, aveva seguitato ad arrancare arditamente dietro il condottiero. (A dire il vero, alcuni dissero che il vecchio mentiva a proposito della sua caviglia, che egli fingesse soltanto perché era ansioso di tornare indietro). Presto furono pochi a non avere una spina nel braccio o un volto senza graffi. Gli uomini resistettero a tutto questo con eroismo, mentre le donne maledirono l’ora stessa che erano partiti e i bambini piangevano, naturalmente, poiché essi non comprendevano che tutta questa fatica e sofferenza sarebbe stata magnificamente ricompensata.

Con somma felicità e gaudio di tutti, nulla accadde al condottiero. Francamente, se dobbiamo dirla tutta, egli era certo molto protetto, ma a parte ciò, l’uomo era semplicemente fortunato. Al primo accampamento per la notte tutti pregarono e ringraziarono Dio per l’esito favorevole del cammino quotidiano e che nulla, nemmeno la più piccola sventura avesse colpito il condottiero. Allora uno degli uomini più coraggiosi prese la parola. Il suo volto era stato graffiato da un cespuglio di more, ma lui non badava a questo.

– Fratelli, – egli esordì. –  Un giorno di fruttuoso cammino è alle nostre spalle, ringraziando Dio. Il percorso non è facile, ma è necessario perseverare perché tutti sappiamo che questa ardua via ci condurrà alla felicità. Possa Dio onnipotente proteggere il nostro condottiero da ogni male di modo che egli possa seguitare a condurci con successo.

– Domani perderò l’altro occhio se le cose andranno come oggi! –  una delle donne urlò con collera.

– Ahi, la mia gamba! – gemette il vecchio, incoraggiato dal commento della donna.

I bambini continuavano a frignare e piangere, e le madri facevano fatica a zittirli affinché si potesse udire il portavoce.

– Sì, tu perderai l’altro occhio, – sbottò egli adirato, – e  che tu possa perderli ambedue! Non è una grande avversità per una donna perdere gli occhi per una causa così importante. Vergogna! Non pensi neanche al benessere dei tuoi bambini? Che metà di noi periscano in questa impresa! Che differenza fa? Che cos’è un occhio? A cosa ti servono gli occhi quando c’è qualcuno che guarda per noi e che ci sta conducendo verso la felicità? Dovremmo abbandonare la nostra impresa soltanto a causa del tuo occhio e della gamba del vecchio?

– Sta mentendo! Il vecchio mentisce! Egli fa solo finta così da poter tornare indietro, – delle voci echeggiarono da ogni parte.

– Fratelli, chiunque non voglia proseguire oltre, – disse ancora il portavoce, – che torni indietro invece di lamentarsi e sobillare il resto di noialtri. Per quanto mi riguarda, io seguirò questo saggio condottiero fintanto che mi rimarrà qualcosa!

– Lo seguiremo tutti! Lo seguiremo finché vivremo!

Il condottiero era silente.

Tutti cominciarono a guardarlo e sussurrarono:

– È assorto nei suoi pensieri!

– Un uomo saggio!

– Guardate la sua fronte!

– Ed è sempre accigliato!

– Austero!

– È un ardimentoso! Ogni cosa in lui lo rivela.

– Puoi dirlo forte! Recinzioni, tronchi, rovi si fa strada attraverso ogni cosa. Egli batte cupamente il suo bastone, senza dir nulla, e bisogna indovinare cosa gli passa per la mente.

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Marchio

Ho avuto un incubo terribile. Non mi meraviglia tanto il sogno in sé, ma mi domando come possa io aver trovato il coraggio di sognare delle cose terribili, quando sono un tranquillo e rispettabile cittadino, un obbediente figlio della nostra cara, afflitta madre Serbia, in nulla diverso da tutti gli altri suoi figli. Naturalmente, sapete, se fossi un’eccezione in alcunché, sarebbe diverso, ma così non è, mio caro amico, io mi comporto esattamente come gli altri, e per quanto riguarda l’essere attento in ogni cosa, non ho eguali. Una volta vidi un brillante bottone della divisa d’un poliziotto in mezzo alla strada, e fissai quell’incantato baluginare, quasi sul punto di passare oltre, colmo di dolci reminiscenze, quando d’un tratto la mia mano prese a tremolare e si irrigidì in un saluto; il mio capo si rovesciò verso terra da solo, e la mia bocca si allargò in quell’amorevole sorriso che tutti noi esibiamo quando riveriamo i nostri superiori.

—  Sangue nobile scorre nelle mie vene — così stanno le cose! — Questo è ciò che pensai al momento e guardai con sdegno il barbaro passante che calpestava incurante il bottone.

— Un barbaro! — dissi amaramente, e sputai, riprendendo poi a camminare tranquillamente, consolato dal pensiero che simili selvaggi sono pochi; e fui particolarmente grato che Dio mi avesse dato un cuore raffinato e il nobile, cavalleresco sangue dei nostri antenati.

Be’, potete avvedervi adesso di quale meraviglioso uomo io sia, niente affatto diverso dagli altri cittadini rispettabili, e senza dubbio vi meraviglierete di come una tale orrenda e sciocca cosa possa avvenire nei miei sogni.

Quel giorno non mi era accaduto nulla di inusuale. Ebbi una buona cena e sedetti poi a stuzzicarmi i denti con calma; sorseggiai quindi il mio vino, dopodiché, essendomi avvalorato in modo sì coraggioso e coscienzioso dei miei diritti come cittadino, andai a letto portando con me un libro per potermi addormentare più velocemente.

Il libro presto mi scivolò dalle mani, avendo, naturalmente, appagato il mio desiderio e, compiuti che erano i miei doveri, mi addormentai innocente come un agnello.

D’un tratto mi ritrovo  per una strada stretta e fangosa che si si snoda attraverso delle montagne. La notte è fredda e scura. Il vento ulula tra i rami secchi e gli incavi come un rasoio che tocchi la pelle nuda. Il cielo è nero, plumbeo e minaccioso, e la neve, come polvere, soffia negli occhi e sferza il volto. Non v’è una sola anima viva in giro. Io mi affretto e di tanto in tanto scivolo sulla strada fangosa a sinistra e a destra. Vacillo e cado e alla fine mi smarrisco. Vago — Dio sa dove — e non è un’ordinaria, breve notte, ma una lunga quanto un secolo, e io non faccio che camminare senza sapere dove vada.

Così ho camminato per molti anni e sono giunto in qualche luogo, molto, molto lontano dal mio paese natale in una parte ignota del mondo, in una terra strana che probabilmente nessuno conosce e che, ne sono certo, è possibile vedere solo nei sogni.

Vagando per la terra sono giunto in una grande città abitata da molte persone. Nell’ampio mercato era un’enorme folla, che emetteva un terribile frastuono, bastante a sfondare i timpani. Mi fermai in una locanda di fronte al mercato e chiesi al locandiere perché v’erano così tante persone riunite…

— Siamo gente tranquilla e rispettabile, — egli prese a narrare, — siamo fedeli e obbedienti al sindaco.

— Il sindaco non è la vostra somma autorità, non è così? — domandai, interrompendolo.

— È li sindaco a governare qui ed egli è la nostra somma autorità; la polizia viene dopo.

Io risi.

— Perché state ridendo?… Non lo sapete?… Di dove venite?

Gli dissi di come avevo smarrito la via, e che giungevo da una terra distante: la Serbia.

— Ho sentito di quella famosa nazione! — il locandiere sussurrò a se stesso, guardandomi con rispetto, e quindi disse a voce alta:

— È così che funziona da noi, — proseguì, — il sindaco governa qui avvalendosi delle sue guardie.

— Come sono queste guardie?

— Be’, esistono diverse specie di guardie: esse variano secondo il rango. Ce ne sono di più fini e meno fini… Sapete, noi siamo gente tranquilla e rispettabile, ma ogni genere di vagabondi giungono dal circondario, costoro ci corrompono e ci insegnano cose cattive. Per contraddistinguere ognuno dei nostri cittadini dagli altri il sindaco ieri ha dato l’ordine che l’intera cittadinanza si rechi al tribunale locale dove ciascuno di noi riceverà un marchio sulla fronte. È per questo che così tanta gente si è radunata: per decidere cosa fare.

Rabbrividì e pensai che avrei dovuto fuggire da questo strano paese quanto più velocemente mi riuscisse, perché io, per quanto Serbo, non ero avvezzo a un tale sfoggio di spirito cavalleresco, e mi sentivo un po’ a disagio al riguardo!

Il locandiere rise con benevolenza, mi diede una pacca sulla spalla, e disse con fierezza:

— Ah, straniero, basta questo a spaventarvi? Nessuna meraviglia, dovete farne di strada per trovare un coraggio simile al nostro!

— E cosa intendete fare? — domandai timidamente.

— Che domande! Vedrete quanto siamo impavidi. Dovete farne di strada per trovare un coraggio simile al nostro, ve lo dico io. Avete viaggiato in lungo e in largo e visto il mondo, ma sono certo che non avete visto mai eroi più grandi di quanto lo siamo noi. Rechiamoci colà insieme. Devo affrettarmi.

Eravamo giusto sul punto di andare quando udimmo, davanti alla porta, lo schiocco di una frusta.

Sbirciai fuori: era uno spettacolo da vedersi — un uomo con un brillante berretto a tre corna in capo, vestito in modo sgargiante, a cavalcioni di un altro individuo vestito sontuosamente in abiti di taglio civile. Egli si fermò davanti alla locanda e il cavaliere scese.

Il locandiere uscì, s’inchinò al suolo e l’uomo in abiti sgargianti entrò nella locanda dirigendosi a un tavolo particolarmente decorato. Quello in abiti civili rimase davanti alla locanda in attesa.

— Che significa tutto questo? — domandai al locandiere, profondamente perplesso.

— Be, colui che è entrato nella locanda è una guardia di alto rango, e quest’uomo è uno dei cittadini più illustri, ricchissimo e gran patriota, — sussurrò il locandiere.

— Ma perché consente all’altro di stargli a cavalcioni?

Il locandiere scrollò il capo verso di me e ci facemmo da parte. Egli mi rivolse un sorriso sprezzante e disse:

— Noi lo consideriamo un alto onore che raramente è meritato! — Mi disse inoltre molte altre cose, ma io ero così eccitato da non riuscire a intenderle. Ma udii piuttosto bene cosa egli disse alla fine: — È un servigio al proprio paese che non tutte le nazioni hanno ancora imparato ad apprezzare!

Giungemmo alla riunione e l’elezione del presidente era già in corso.

Il primo gruppo propose un uomo chiamato Kolb, se ricordo bene il nome, come aspirante alla presidenza; il secondo gruppo voleva Talb, e il terzo aveva il suo candidato.

Vi fu una terribile confusione: ogni gruppo desiderava promuovere il proprio uomo.

— Io penso che non abbiamo un uomo migliore di Kolb per la presidenza di un tale importante consesso, — disse una voce dal primo gruppo, — poiché noi tutti conosciamo sì bene le sue virtù come cittadino e il suo grande coraggio. Non penso ci sia alcuno tra noi presenti che possa vantare di essere stato cavalcato così di frequente dalle persone che contano davvero…

— Chi siete voi per poterlo dire, — strillò qualcuno dal secondo gruppo, — Voi non siete mai stato cavalcato da una guardia tirocinante!

— Conosciamo quali sono le vostre virtù, — gridò qualcuno dal terzo gruppo. – Non avete mai subito un solo colpo di frusta senza latrare!

— Chiariamo la questione! — cominciò Kolb, — è vero che persone di riguardo mi salivano a cavalcioni già dieci anni fa; esse mi hanno frustato e io non ho mai emesso un gemito, ma cionondimeno possono ben esserci candidati più meritevoli tra di noi. Ce ne sono forse di più giovani.

— No, no — gridarono i suoi sostenitori.

— Non vogliamo sentir parlare di onori scaduti! Sono dieci anni da quando Kolb è stato cavalcato, — urlarono le voci dal secondo gruppo.

— Il sangue giovane sta prendendo il sopravvento, lasciate che i cani vecchi mastichino ossa vecchie, — disse qualcuno dal terzo gruppo.

D’un tratto il rumore cessò; le persone mossero indietro, a destra e a manca, per fare strada e vidi un giovanotto di circa trent’anni. Mentre egli si appressava tutti i capi s’inchinarono.

— Chi è costui? — sussurrai al mio locandiere.

— Egli è il capofila del popolo. Un uomo giovane, ma molto promettente. Agli inizi poteva già vantarsi di aver portato sulle spalle il sindaco tre volte. Egli è più popolare di chiunque altro.

— Forse eleggeranno lui? — m’informai.

— È più che certo, poiché per quanto concerne gli altri candidati — essi sono tutti più anziani, il tempo ha avuto la meglio su di loro, laddove il sindaco proprio ieri era a cavalcioni sulla sua schiena.

— Come si chiama?

— Kleard.

Gli diedero un posto d’onore.

— Io penso — la voce di Kolb ruppe il silenzio, — che non possiamo trovare un uomo migliore di Kleard per questa posizione. Egli è giovane, ms nessuno di noi più anziani gli è uguale.

— Ascoltate, ascoltate!… Lunga vita a Kleard! — ruggirono tutte le voci.

Kolb e Talb lo condussero al posto del presidente. Tutti s’inchinarono profondamente, e calò il silenzio assoluto.

— Grazie fratelli, per la vostra stima e quest’onore che m’avete conferito così unanimemente. Le vostre speranze, che ora mi avete affidate, sono una lusinga troppo grande. Non è facile condurre la nave delle speranze della nazione in questi giorni così importanti, ma farò quanto è in mio potere per giustificare la vostra fiducia, per rappresentare onestamente la vostra opinione, e per meritare la vostra stima nei miei confronti. Grazie, fratelli miei, per avermi eletto.

— Urrà! Urrà! Urrà! — tuonarono i votanti da ogni lato.

— E ora, fratelli, spero che mi consentiate di dire qualche parola a proposito di questo importante evento. Non è facile soffrire simili afflizioni, tormenti come quelli che sono in serbo per noi; non è facile farsi marchiare la fronte col ferro rovente. No, davvero: non sono dolori che  ogni uomo può sopportare. Che i codardi tremino, che essi impallidiscano dalla paura, ma noialtri non dobbiamo dimenticare per un solo istante che siamo figli di antenati impavidi, che sangue nobile scorre nelle nostre vene, il sangue eroico dei nostri nonni, i grandi cavalieri che erano soliti perire senza battere ciglio per la libertà e il bene di tutti noi, loro progenie. La nostra sofferenza è lieve, se solo pensate alla loro: dovremmo condurci come membri di una razza degenerata e codarda adesso che viviamo meglio di quanto mai prima d’ora? Ogni vero patriota, chiunque non voglia mettere in ridicolo la nostra nazione di fronte al mondo intero, sopporterà il dolore come un uomo e un eroe.

— Ascoltate! Ascoltate! Lunga vita a Kleard!

Vi furono alcuni oratori dopo Kleard; essi incoraggiarono la gente intimorita e ripeterono più o meno quanto Kleard aveva detto.

Quindi un pallido vecchio, dal volto rugoso, i capelli e la barba bianchi come la neve, chiese di parlare. Le sue ginocchia vacillavano per l’età, le sue mani tremolavano, la schiena era curva. La sua voce era incerta, gli occhi erano lucidi di lacrime.

— Figlioli, — principiò, le lacrime che gli colavano lungo le guance rugose e cadevano sulla nivea barba, — Sono un miserabile e morrò presto, ma mi pare che fareste meglio a non permettere a una simile onta di gravare su di voi. Ho cent’anni, e ho vissuta tutta la mia vita facendone a meno!… Perché il marchio della schiavitù dovrebbe essere impresso adesso sulla mia fronte incanutita e stanca?…

— Abbasso quella vecchia canaglia! — gridò il presidente.

— Abbasso! — urlarono altri.

— Il vecchio codardo!

— Anziché incoraggiare i giovani, egli sta spaventando tutti quanti!

— Dovrebbe vergognarsi dei suoi capelli grigi! Ha vissuto abbastanza, e riesce ancora a provare timore — noi che siamo giovani siamo più coraggiosi…

— Abbasso il codardo!

— Gettatelo fuori!

— Abbasso!

Una folla inferocita di prodi, giovani patrioti s’avventò sul vecchio e nella foga cominciò a spingerlo, strattonarlo e prenderlo a calci.

Alla fine lo lasciarono andare a causa della sua età — altrimenti lo avrebbero lapidato vivo.

Tutti si ripromisero di essere coraggiosi l’indomani e di mostrarsi degni dell’onore e della gloria della propria nazione.

La gente si allontanò dal consesso in un ordine eccellente. Mentre si separavano dicevano:

— Domani si vedrà di che pasta si è fatti!

— Domani sistemeremo i fanfaroni!

— È giunto il momento per i degni di distinguersi dagli indegni, cosicché nessun lazzarone potrà vantare un cuor di leone!

Tornai alla locanda.

— Avete veduto di che tempra siamo fatti? — mi domandò il locandiere con fierezza.

— In effetti, – risposi automaticamente, sentendo che le forze mi avevano abbandonato e che il capo mi ronzava con delle strane impressioni.

Quello stesso giorno lessi nel giornale un articolo di testa che riportava quanto segue:

— Cittadini, è tempo di porre fine alle vanagloriose esaltazioni e spavalderie tra di noi; è tempo di finirla con l’ammirare le parole vuote che adoperiamo in profusione per fare mostra delle nostre immaginarie virtù e doti. È giunto il tempo, cittadini, di mettere alla prova le nostre parole e di palesare chi è davvero degno e chi non lo è! Ma noi siamo persuasi che non vi saranno ignobili vili tra di noi che dovranno essere condotti a forza al luogo di marchiatura stabilito. Ognuno di noi che sente nelle proprie vene una stilla del nobile sangue dei nostri antenati smanierà per essere tra i primi a sopportare il dolore e l’angoscia, fieramente e con serenità, perché questo dolore è sacro, è un sacrificio per il bene del paese e per il benessere di noi tutti. Avanti, cittadini, perché domani è il giorno del nobile cimento!…

Il mio locandiere quel giorno andò a letto subito dopo l’assemblea per poter giungere il prima possibile al posto convenuto il giorno seguente. Tuttavia, molti erano andati direttamente al municipio per trovarsi quanto più possibile all’inizio della fila.

Il giorno seguente mi recai anch’io al municipio. Erano tutti là: giovani e anziani, maschi e femmine. Alcune madri si erano presentate con i loro piccoli tra le braccia, di modo che questi potessero essere marchiati con il segno della schiavitù, ovverosia dell’onore, guadagnando così un diritto maggiore alle posizioni più elevate nel servizio civile.

V’erano spintoni e imprecazioni (in ciò essi rassomigliano alquanto a noi Serbi, e io in qualche modo ne fui contento), e chiunque si accaniva per essere il primo all’uscio. Alcuni addirittura ne afferravano altri per la gola.

I marchi venivano apposti da un particolare pubblico addetto, in un bianco abito di circostanza, che redarguiva blandamente la gente:

— Non mormorate, per amor di Dio, arriverà il turno di ognuno — non siete bestie, suppongo che possiamo farcela senza spingere.

La marchiatura iniziò. Un tale gridò, un altro gemette, ma nessuno riuscì a sopportarla senza emettere un suono fintanto che io assistetti.

Non riuscì a tollerare a lungo la vista di questa tortura, così tornai alla locanda, ma alcuni di essi erano già lì che  mangiavano e bevevano.

— È finita! — disse uno di loro.

— Be’, non abbiamo urlato per davvero, ma Talb ragliava come un asino!… — disse un altro.

— Vedete cos’è questo vostro Talb, e voi ieri lo avete voluto come presidente dell’assemblea.

— Ah, non si può mai dire!

Essi discorrevano, gemendo dal dolore e contorcendosi, ma cercando di nasconderlo l’uno all’altro, poiché ognuno provava vergogna all’idea di essere creduto un codardo.

Kleard si disonorò, poiché gemette, e un uomo di nome Lear fu un eroe perché chiese di avere due marchi impressi sulla fronte e non emise un solo lamento. L’intera città non faceva che parlare di lui con il più grande rispetto.

Alcune persone fuggirono, ma costoro furono disprezzati da tutti.

Dopo qualche giorno colui che aveva due marchi sulla fronte camminava a testa alta, con dignità e stima di sé, gonfio di gloria e orgoglio, e ovunque andasse, tutti s’inchinavano e scappellavano per salutare l’eroe del giorno.

Uomini, donne e bambini gli correvano dietro per le strade per vedere il più grand’uomo della nazione. Ovunque andasse, bisbigli inspirati dall’ammirazione lo seguivano: “Lear, Lear!… È lui! È l’eroe che non ha latrato, che non ha emesso un gemito mentre gli venivano impressi due marchi sulla fronte!” Egli era nei titoli dei giornali, lodato e glorificato.

E s’era meritato l’amore della gente.

Ovunque odo simili elogi, e comincio a sentire il vecchio, nobile sangue Serbo che mi scorre nelle vene. I nostri antenati erano eroi, essi sono periti impalati per la libertà; anche noi abbiamo il nostro passato eroico e il nostro Kosovo. Sono acceso di orgoglio e vanità nazionale, ansioso di mostrare quanto impavida è la mia razza e di correre al municipio per gridare:

— Perché lodate il vostro Lear?… Non avete mai visto autentici eroi! Venite a vedere di persona che cos’è il nobile sangue Serbo! Apponete dieci marchi sulla mia fronte, non soltanto due!

L’impiegato civile in abito bianco accostò il suo marchio alla mia fronte, e io cominciai… Mi risvegliai dal sogno.

Mi strofinai la fronte con timore e mi segnai, meravigliandomi delle strane cose che appaiono nei sogni.

— Ho quasi oscurato la gloria del loro Lear, — pensai e, soddisfatto, mi girai, e in qualche modo mi dispiacque che il mio sogno non fosse giunto alla sua conclusione.

 

A Belgrado, 1899
Per il progetto “Radoje Domanović” tradotto da Walter Taurisano, 2020