Archive | август 2020

Marchio

Ho avuto un incubo terribile. Non mi meraviglia tanto il sogno in sé, ma mi domando come possa io aver trovato il coraggio di sognare delle cose terribili, quando sono un tranquillo e rispettabile cittadino, un obbediente figlio della nostra cara, afflitta madre Serbia, in nulla diverso da tutti gli altri suoi figli. Naturalmente, sapete, se fossi un’eccezione in alcunché, sarebbe diverso, ma così non è, mio caro amico, io mi comporto esattamente come gli altri, e per quanto riguarda l’essere attento in ogni cosa, non ho eguali. Una volta vidi un brillante bottone della divisa d’un poliziotto in mezzo alla strada, e fissai quell’incantato baluginare, quasi sul punto di passare oltre, colmo di dolci reminiscenze, quando d’un tratto la mia mano prese a tremolare e si irrigidì in un saluto; il mio capo si rovesciò verso terra da solo, e la mia bocca si allargò in quell’amorevole sorriso che tutti noi esibiamo quando riveriamo i nostri superiori.

—  Sangue nobile scorre nelle mie vene — così stanno le cose! — Questo è ciò che pensai al momento e guardai con sdegno il barbaro passante che calpestava incurante il bottone.

— Un barbaro! — dissi amaramente, e sputai, riprendendo poi a camminare tranquillamente, consolato dal pensiero che simili selvaggi sono pochi; e fui particolarmente grato che Dio mi avesse dato un cuore raffinato e il nobile, cavalleresco sangue dei nostri antenati.

Be’, potete avvedervi adesso di quale meraviglioso uomo io sia, niente affatto diverso dagli altri cittadini rispettabili, e senza dubbio vi meraviglierete di come una tale orrenda e sciocca cosa possa avvenire nei miei sogni.

Quel giorno non mi era accaduto nulla di inusuale. Ebbi una buona cena e sedetti poi a stuzzicarmi i denti con calma; sorseggiai quindi il mio vino, dopodiché, essendomi avvalorato in modo sì coraggioso e coscienzioso dei miei diritti come cittadino, andai a letto portando con me un libro per potermi addormentare più velocemente.

Il libro presto mi scivolò dalle mani, avendo, naturalmente, appagato il mio desiderio e, compiuti che erano i miei doveri, mi addormentai innocente come un agnello.

D’un tratto mi ritrovo  per una strada stretta e fangosa che si si snoda attraverso delle montagne. La notte è fredda e scura. Il vento ulula tra i rami secchi e gli incavi come un rasoio che tocchi la pelle nuda. Il cielo è nero, plumbeo e minaccioso, e la neve, come polvere, soffia negli occhi e sferza il volto. Non v’è una sola anima viva in giro. Io mi affretto e di tanto in tanto scivolo sulla strada fangosa a sinistra e a destra. Vacillo e cado e alla fine mi smarrisco. Vago — Dio sa dove — e non è un’ordinaria, breve notte, ma una lunga quanto un secolo, e io non faccio che camminare senza sapere dove vada.

Così ho camminato per molti anni e sono giunto in qualche luogo, molto, molto lontano dal mio paese natale in una parte ignota del mondo, in una terra strana che probabilmente nessuno conosce e che, ne sono certo, è possibile vedere solo nei sogni.

Vagando per la terra sono giunto in una grande città abitata da molte persone. Nell’ampio mercato era un’enorme folla, che emetteva un terribile frastuono, bastante a sfondare i timpani. Mi fermai in una locanda di fronte al mercato e chiesi al locandiere perché v’erano così tante persone riunite…

— Siamo gente tranquilla e rispettabile, — egli prese a narrare, — siamo fedeli e obbedienti al sindaco.

— Il sindaco non è la vostra somma autorità, non è così? — domandai, interrompendolo.

— È li sindaco a governare qui ed egli è la nostra somma autorità; la polizia viene dopo.

Io risi.

— Perché state ridendo?… Non lo sapete?… Di dove venite?

Gli dissi di come avevo smarrito la via, e che giungevo da una terra distante: la Serbia.

— Ho sentito di quella famosa nazione! — il locandiere sussurrò a se stesso, guardandomi con rispetto, e quindi disse a voce alta:

— È così che funziona da noi, — proseguì, — il sindaco governa qui avvalendosi delle sue guardie.

— Come sono queste guardie?

— Be’, esistono diverse specie di guardie: esse variano secondo il rango. Ce ne sono di più fini e meno fini… Sapete, noi siamo gente tranquilla e rispettabile, ma ogni genere di vagabondi giungono dal circondario, costoro ci corrompono e ci insegnano cose cattive. Per contraddistinguere ognuno dei nostri cittadini dagli altri il sindaco ieri ha dato l’ordine che l’intera cittadinanza si rechi al tribunale locale dove ciascuno di noi riceverà un marchio sulla fronte. È per questo che così tanta gente si è radunata: per decidere cosa fare.

Rabbrividì e pensai che avrei dovuto fuggire da questo strano paese quanto più velocemente mi riuscisse, perché io, per quanto Serbo, non ero avvezzo a un tale sfoggio di spirito cavalleresco, e mi sentivo un po’ a disagio al riguardo!

Il locandiere rise con benevolenza, mi diede una pacca sulla spalla, e disse con fierezza:

— Ah, straniero, basta questo a spaventarvi? Nessuna meraviglia, dovete farne di strada per trovare un coraggio simile al nostro!

— E cosa intendete fare? — domandai timidamente.

— Che domande! Vedrete quanto siamo impavidi. Dovete farne di strada per trovare un coraggio simile al nostro, ve lo dico io. Avete viaggiato in lungo e in largo e visto il mondo, ma sono certo che non avete visto mai eroi più grandi di quanto lo siamo noi. Rechiamoci colà insieme. Devo affrettarmi.

Eravamo giusto sul punto di andare quando udimmo, davanti alla porta, lo schiocco di una frusta.

Sbirciai fuori: era uno spettacolo da vedersi — un uomo con un brillante berretto a tre corna in capo, vestito in modo sgargiante, a cavalcioni di un altro individuo vestito sontuosamente in abiti di taglio civile. Egli si fermò davanti alla locanda e il cavaliere scese.

Il locandiere uscì, s’inchinò al suolo e l’uomo in abiti sgargianti entrò nella locanda dirigendosi a un tavolo particolarmente decorato. Quello in abiti civili rimase davanti alla locanda in attesa.

— Che significa tutto questo? — domandai al locandiere, profondamente perplesso.

— Be, colui che è entrato nella locanda è una guardia di alto rango, e quest’uomo è uno dei cittadini più illustri, ricchissimo e gran patriota, — sussurrò il locandiere.

— Ma perché consente all’altro di stargli a cavalcioni?

Il locandiere scrollò il capo verso di me e ci facemmo da parte. Egli mi rivolse un sorriso sprezzante e disse:

— Noi lo consideriamo un alto onore che raramente è meritato! — Mi disse inoltre molte altre cose, ma io ero così eccitato da non riuscire a intenderle. Ma udii piuttosto bene cosa egli disse alla fine: — È un servigio al proprio paese che non tutte le nazioni hanno ancora imparato ad apprezzare!

Giungemmo alla riunione e l’elezione del presidente era già in corso.

Il primo gruppo propose un uomo chiamato Kolb, se ricordo bene il nome, come aspirante alla presidenza; il secondo gruppo voleva Talb, e il terzo aveva il suo candidato.

Vi fu una terribile confusione: ogni gruppo desiderava promuovere il proprio uomo.

— Io penso che non abbiamo un uomo migliore di Kolb per la presidenza di un tale importante consesso, — disse una voce dal primo gruppo, — poiché noi tutti conosciamo sì bene le sue virtù come cittadino e il suo grande coraggio. Non penso ci sia alcuno tra noi presenti che possa vantare di essere stato cavalcato così di frequente dalle persone che contano davvero…

— Chi siete voi per poterlo dire, — strillò qualcuno dal secondo gruppo, — Voi non siete mai stato cavalcato da una guardia tirocinante!

— Conosciamo quali sono le vostre virtù, — gridò qualcuno dal terzo gruppo. – Non avete mai subito un solo colpo di frusta senza latrare!

— Chiariamo la questione! — cominciò Kolb, — è vero che persone di riguardo mi salivano a cavalcioni già dieci anni fa; esse mi hanno frustato e io non ho mai emesso un gemito, ma cionondimeno possono ben esserci candidati più meritevoli tra di noi. Ce ne sono forse di più giovani.

— No, no — gridarono i suoi sostenitori.

— Non vogliamo sentir parlare di onori scaduti! Sono dieci anni da quando Kolb è stato cavalcato, — urlarono le voci dal secondo gruppo.

— Il sangue giovane sta prendendo il sopravvento, lasciate che i cani vecchi mastichino ossa vecchie, — disse qualcuno dal terzo gruppo.

D’un tratto il rumore cessò; le persone mossero indietro, a destra e a manca, per fare strada e vidi un giovanotto di circa trent’anni. Mentre egli si appressava tutti i capi s’inchinarono.

— Chi è costui? — sussurrai al mio locandiere.

— Egli è il capofila del popolo. Un uomo giovane, ma molto promettente. Agli inizi poteva già vantarsi di aver portato sulle spalle il sindaco tre volte. Egli è più popolare di chiunque altro.

— Forse eleggeranno lui? — m’informai.

— È più che certo, poiché per quanto concerne gli altri candidati — essi sono tutti più anziani, il tempo ha avuto la meglio su di loro, laddove il sindaco proprio ieri era a cavalcioni sulla sua schiena.

— Come si chiama?

— Kleard.

Gli diedero un posto d’onore.

— Io penso — la voce di Kolb ruppe il silenzio, — che non possiamo trovare un uomo migliore di Kleard per questa posizione. Egli è giovane, ms nessuno di noi più anziani gli è uguale.

— Ascoltate, ascoltate!… Lunga vita a Kleard! — ruggirono tutte le voci.

Kolb e Talb lo condussero al posto del presidente. Tutti s’inchinarono profondamente, e calò il silenzio assoluto.

— Grazie fratelli, per la vostra stima e quest’onore che m’avete conferito così unanimemente. Le vostre speranze, che ora mi avete affidate, sono una lusinga troppo grande. Non è facile condurre la nave delle speranze della nazione in questi giorni così importanti, ma farò quanto è in mio potere per giustificare la vostra fiducia, per rappresentare onestamente la vostra opinione, e per meritare la vostra stima nei miei confronti. Grazie, fratelli miei, per avermi eletto.

— Urrà! Urrà! Urrà! — tuonarono i votanti da ogni lato.

— E ora, fratelli, spero che mi consentiate di dire qualche parola a proposito di questo importante evento. Non è facile soffrire simili afflizioni, tormenti come quelli che sono in serbo per noi; non è facile farsi marchiare la fronte col ferro rovente. No, davvero: non sono dolori che  ogni uomo può sopportare. Che i codardi tremino, che essi impallidiscano dalla paura, ma noialtri non dobbiamo dimenticare per un solo istante che siamo figli di antenati impavidi, che sangue nobile scorre nelle nostre vene, il sangue eroico dei nostri nonni, i grandi cavalieri che erano soliti perire senza battere ciglio per la libertà e il bene di tutti noi, loro progenie. La nostra sofferenza è lieve, se solo pensate alla loro: dovremmo condurci come membri di una razza degenerata e codarda adesso che viviamo meglio di quanto mai prima d’ora? Ogni vero patriota, chiunque non voglia mettere in ridicolo la nostra nazione di fronte al mondo intero, sopporterà il dolore come un uomo e un eroe.

— Ascoltate! Ascoltate! Lunga vita a Kleard!

Vi furono alcuni oratori dopo Kleard; essi incoraggiarono la gente intimorita e ripeterono più o meno quanto Kleard aveva detto.

Quindi un pallido vecchio, dal volto rugoso, i capelli e la barba bianchi come la neve, chiese di parlare. Le sue ginocchia vacillavano per l’età, le sue mani tremolavano, la schiena era curva. La sua voce era incerta, gli occhi erano lucidi di lacrime.

— Figlioli, — principiò, le lacrime che gli colavano lungo le guance rugose e cadevano sulla nivea barba, — Sono un miserabile e morrò presto, ma mi pare che fareste meglio a non permettere a una simile onta di gravare su di voi. Ho cent’anni, e ho vissuta tutta la mia vita facendone a meno!… Perché il marchio della schiavitù dovrebbe essere impresso adesso sulla mia fronte incanutita e stanca?…

— Abbasso quella vecchia canaglia! — gridò il presidente.

— Abbasso! — urlarono altri.

— Il vecchio codardo!

— Anziché incoraggiare i giovani, egli sta spaventando tutti quanti!

— Dovrebbe vergognarsi dei suoi capelli grigi! Ha vissuto abbastanza, e riesce ancora a provare timore — noi che siamo giovani siamo più coraggiosi…

— Abbasso il codardo!

— Gettatelo fuori!

— Abbasso!

Una folla inferocita di prodi, giovani patrioti s’avventò sul vecchio e nella foga cominciò a spingerlo, strattonarlo e prenderlo a calci.

Alla fine lo lasciarono andare a causa della sua età — altrimenti lo avrebbero lapidato vivo.

Tutti si ripromisero di essere coraggiosi l’indomani e di mostrarsi degni dell’onore e della gloria della propria nazione.

La gente si allontanò dal consesso in un ordine eccellente. Mentre si separavano dicevano:

— Domani si vedrà di che pasta si è fatti!

— Domani sistemeremo i fanfaroni!

— È giunto il momento per i degni di distinguersi dagli indegni, cosicché nessun lazzarone potrà vantare un cuor di leone!

Tornai alla locanda.

— Avete veduto di che tempra siamo fatti? — mi domandò il locandiere con fierezza.

— In effetti, – risposi automaticamente, sentendo che le forze mi avevano abbandonato e che il capo mi ronzava con delle strane impressioni.

Quello stesso giorno lessi nel giornale un articolo di testa che riportava quanto segue:

— Cittadini, è tempo di porre fine alle vanagloriose esaltazioni e spavalderie tra di noi; è tempo di finirla con l’ammirare le parole vuote che adoperiamo in profusione per fare mostra delle nostre immaginarie virtù e doti. È giunto il tempo, cittadini, di mettere alla prova le nostre parole e di palesare chi è davvero degno e chi non lo è! Ma noi siamo persuasi che non vi saranno ignobili vili tra di noi che dovranno essere condotti a forza al luogo di marchiatura stabilito. Ognuno di noi che sente nelle proprie vene una stilla del nobile sangue dei nostri antenati smanierà per essere tra i primi a sopportare il dolore e l’angoscia, fieramente e con serenità, perché questo dolore è sacro, è un sacrificio per il bene del paese e per il benessere di noi tutti. Avanti, cittadini, perché domani è il giorno del nobile cimento!…

Il mio locandiere quel giorno andò a letto subito dopo l’assemblea per poter giungere il prima possibile al posto convenuto il giorno seguente. Tuttavia, molti erano andati direttamente al municipio per trovarsi quanto più possibile all’inizio della fila.

Il giorno seguente mi recai anch’io al municipio. Erano tutti là: giovani e anziani, maschi e femmine. Alcune madri si erano presentate con i loro piccoli tra le braccia, di modo che questi potessero essere marchiati con il segno della schiavitù, ovverosia dell’onore, guadagnando così un diritto maggiore alle posizioni più elevate nel servizio civile.

V’erano spintoni e imprecazioni (in ciò essi rassomigliano alquanto a noi Serbi, e io in qualche modo ne fui contento), e chiunque si accaniva per essere il primo all’uscio. Alcuni addirittura ne afferravano altri per la gola.

I marchi venivano apposti da un particolare pubblico addetto, in un bianco abito di circostanza, che redarguiva blandamente la gente:

— Non mormorate, per amor di Dio, arriverà il turno di ognuno — non siete bestie, suppongo che possiamo farcela senza spingere.

La marchiatura iniziò. Un tale gridò, un altro gemette, ma nessuno riuscì a sopportarla senza emettere un suono fintanto che io assistetti.

Non riuscì a tollerare a lungo la vista di questa tortura, così tornai alla locanda, ma alcuni di essi erano già lì che  mangiavano e bevevano.

— È finita! — disse uno di loro.

— Be’, non abbiamo urlato per davvero, ma Talb ragliava come un asino!… — disse un altro.

— Vedete cos’è questo vostro Talb, e voi ieri lo avete voluto come presidente dell’assemblea.

— Ah, non si può mai dire!

Essi discorrevano, gemendo dal dolore e contorcendosi, ma cercando di nasconderlo l’uno all’altro, poiché ognuno provava vergogna all’idea di essere creduto un codardo.

Kleard si disonorò, poiché gemette, e un uomo di nome Lear fu un eroe perché chiese di avere due marchi impressi sulla fronte e non emise un solo lamento. L’intera città non faceva che parlare di lui con il più grande rispetto.

Alcune persone fuggirono, ma costoro furono disprezzati da tutti.

Dopo qualche giorno colui che aveva due marchi sulla fronte camminava a testa alta, con dignità e stima di sé, gonfio di gloria e orgoglio, e ovunque andasse, tutti s’inchinavano e scappellavano per salutare l’eroe del giorno.

Uomini, donne e bambini gli correvano dietro per le strade per vedere il più grand’uomo della nazione. Ovunque andasse, bisbigli inspirati dall’ammirazione lo seguivano: “Lear, Lear!… È lui! È l’eroe che non ha latrato, che non ha emesso un gemito mentre gli venivano impressi due marchi sulla fronte!” Egli era nei titoli dei giornali, lodato e glorificato.

E s’era meritato l’amore della gente.

Ovunque odo simili elogi, e comincio a sentire il vecchio, nobile sangue Serbo che mi scorre nelle vene. I nostri antenati erano eroi, essi sono periti impalati per la libertà; anche noi abbiamo il nostro passato eroico e il nostro Kosovo. Sono acceso di orgoglio e vanità nazionale, ansioso di mostrare quanto impavida è la mia razza e di correre al municipio per gridare:

— Perché lodate il vostro Lear?… Non avete mai visto autentici eroi! Venite a vedere di persona che cos’è il nobile sangue Serbo! Apponete dieci marchi sulla mia fronte, non soltanto due!

L’impiegato civile in abito bianco accostò il suo marchio alla mia fronte, e io cominciai… Mi risvegliai dal sogno.

Mi strofinai la fronte con timore e mi segnai, meravigliandomi delle strane cose che appaiono nei sogni.

— Ho quasi oscurato la gloria del loro Lear, — pensai e, soddisfatto, mi girai, e in qualche modo mi dispiacque che il mio sogno non fosse giunto alla sua conclusione.

 

A Belgrado, 1899
Per il progetto “Radoje Domanović” tradotto da Walter Taurisano, 2020

Ragionamento di un comune bue serbo

Molte cose sorprendenti accadono a questo mondo, e il nostro paese, come molti sanno, eccede di meraviglie al punto che le meraviglie non sono più tali. Ci sono degli individui qui da noi che occupano delle posizioni veramente di alto prestigio che non pensano affatto, ed ecco allora che come una forma di compensazione, o magari per qualche altra ragione, un comune bue di campagna, che non differisce di una virgola dagli altri buoi Serbi, cominciò a pensare. Dio sa cosa accadde per far sì che questo ingegnoso animale osasse imbarcarsi in un’impresa così impudente, specialmente considerando che in Serbia questa infelice occupazione può solo arrecarvi danno. Diciamo allora che questo povero diavolo, nella sua ingenuità, non sapeva che un tale ufficio non rende nella sua patria, così non gli riconosceremo alcun coraggio civico. Pure rimane un mistero il perché un bue debba pensare dal momento che non è un elettore, né un normale consigliere o un sindaco, né è stato eletto deputato in alcuna assemblea bovina, o tanto meno senatore (se questo ha raggiunto una certa età). E casomai l’anima bella avesse sognato di diventare ministro di stato in qualsivoglia paese bovino, essa avrebbe dovuto sapere che all’opposto, sarebbe stato necessario far pratica del come pensare il meno possibile, come quei ministri eccellenti in alcuni paesi più felici, per quanto il nostro paese non sia così fortunato nemmeno da questo punto di vista. In fin dei conti, perché dovremmo preoccuparci del motivo per il quale un bue Serbo ha intrapreso un’attività abbandonata dalla gente? Inoltre, potrebbe darsi che esso abbia iniziato a pensare semplicemente in virtù di un qualche suo istinto naturale.

Quindi, di che genere di bue si tratta? Un comune bue che, come la zoologia ci insegna, ha una testa, un corpo e degli arti, come tutti gli altri buoi; esso tira un carretto, pascola sull’erba, lecca il sale, rumina e muggisce. Il suo nome è Cenerino.

Ecco come iniziò a pensare. Un giorno il suo padrone mise sotto giogo lui e il suo compagno, Nerino, caricò alcuni picchetti rubati sul carretto e li portò in città per venderli. Quasi immediatamente non appena fu entrato in città egli vendette i picchetti e quindi tolse il giogo a Cenerino e al suo compagno, agganciò la catena che li assicurava al giogo, gli gettò davanti un fascio di Rudbeckia, e se ne andò allegro in una piccola taverna per rinfrescarsi con qualche bicchiere. Si svolgeva una fiera in paese, così s’incrociavano uomini, donne e bambini per ogni dove. Nerino, che era noto tra gli altri buoi per essere alquanto tonto, non guardò nulla, ma si dedicò in tutta serietà al suo pranzo, fece una scorpacciata, mugghiò un po’ per il puro piacere di farlo, e quindi si distese, sonnecchiando placidamente e ruminando. Tutte quelle persone che passavano non erano affar suo. Lui semplicemente sonnecchiava e ruminava (è un peccato che non fosse un umano, con simili predisposizioni atte a una nobile carriera). Cenerino invece non poteva prendere un solo boccone. I suoi occhi sognanti e l’espressione triste sul muso mostravano di primo acchito che questi era un pensatore, e una delicata, impressionabile anima. La gente, Serbi, gli passava accanto, fieri del loro glorioso passato, del loro nome, della loro nazione, e questo orgoglio si rivelava nel loro contegno e passo severo. Cenerino osservò tutto questo, e d’un tratto il suo animo fu avvinto dalla pena e dal dolore per la tremenda ingiustizia, ed esso non poté che soccombere a una simile forte, improvvisa e intensa emozione: questi mugghiò tristemente, dolorosamente, le lacrime negli occhi. E nel suo immenso dolore, Cenerino cominciò a pensare:

– Di cosa il mio padrone e i suoi compatrioti, i Serbi, vanno così fieri? Perché tengono le loro teste così alte e guardano alla mia gente con orgoglio altezzoso e disprezzo? Essi sono fieri della loro madrepatria, orgogliosi che un fato benigno gli ha permesso di nascere qui in Serbia. Anche mia madre mi ha dato alla luce qui in Serbia, e la Serbia non è soltanto la mia madrepatria ma anche quella di mio padre, e i miei antenati, proprio come i loro, sono giunti in queste terre dalla vecchia patria Slava. Eppure nessuno di noi buoi si è sentito fiero di questo, siamo solo orgogliosi della nostra capacità di tirare un carico più pesante in salita; fino ad oggi un bue non ha mai detto a un bue Tedesco: “Che volete da me, io sono un bue Serbo, la mia patria è la fiera nazione Serba, tutti i miei avi sono stati generati in questo luogo, e qui, in codesta terra, sono le tombe dei miei antenati”. Dio ce ne scampi, non ci siamo mai inorgogliti di questo, giammai c’è saltato in mente, mentre essi ne vanno persino fieri. Strana gente!

Preso da simili pensieri, il bue scrollò mestamente il capo, la campana sul collo che suonava e il gioco che scricchiolava. Nerino aprì gli occhi, guardò il suo amico e muggì:

– Di nuovo con queste tue buffonate! Mangia, sciocco, ingrassa un po’, guarda le tue costole che sporgono; se pensare fosse stato un bene, la gente non l’avrebbe lasciato a noi buoi. Non saremmo certo stati così fortunati!

Cenerino guardò il suo compagno con pietà, ritrasse la testa da lui, e tornò a immergersi nei suoi pensieri.

– Essi vanno fieri del loro passato glorioso. Essi hanno il loro Campo del Kosovo. Capirete, i miei avi non tiravano carretti con cibo e armamenti già allora? Non fosse stato per noi, la gente avrebbe dovuta farlo da sé. Poi vi fu la sommossa contro i Turchi. Una grande, nobile impresa, ma chi si trovava colà a quel tempo? Sono stati questi altezzosi sempliciotti, impettiti con fierezza davanti a me come se fosse merito loro, a sollevare la rivolta? Prendete il mio padrone come esempio. Anch’egli è così orgoglioso e mena vanto della rivolta, specialmente considerando il fatto che il suo bisnonno perì nella guerra di liberazione come un autentico eroe. Ed è questo merito del mio padrone? Il suo bisnonno ha il diritto di essere fiero, ma non lui; il suo bisnonno è morto affinché il mio padrone, suo discendente, potesse essere libero. Così egli è libero, e come usa la propria libertà? Egli ruba i picchetti degli altri, siede sul carretto e io devo condurre sia lui che i picchetti mentre egli è addormentato alle redini. Ora ha venduto i suoi picchetti, sta bevendo liquore, non fa nulla e s’inorgoglisce del suo glorioso passato. E quanti dei miei antenati sono stati massacrati nella sommossa per nutrire i combattenti? E i miei antenati all’epoca non trascinavano armamenti, cannoni, cibo, munizioni? Eppure noi non ci vantiamo dei loro meriti perché non siamo cambiati; noi compiamo ancora il nostro dovere oggidì, così come i nostri antenati, pazientemente e coscienziosamente.

Essi sono fieri delle sofferenze dei loro antenati e di cinquecento anni di schiavitù. I miei simili hanno sofferto per l’intera loro esistenza, e oggidì ancora soffriamo e siamo ridotti in schiavitù, eppure non lo urliamo a squarciagola. Essi dicono che i Turchi li hanno torturati, assassinati e impalati; be’, i miei antenati venivano assassinati allo stesso modo dai Turchi come dai Serbi, e arrostiti, e sottoposti a ogni genere di torture.

Essi sono fieri della loro religione, eppure non credono in nulla. Che colpa abbiamo io e i miei simili se non possiamo essere accettati tra i Cristiani? La loro religione dice loro di “non rubare” ed ecco che il mio padrone ruba e beve col danaro ottenuto dal rubare. La loro religione li esorta ad amare i loro vicini, eppure essi non si fanno altro che del male l’un l’altro. Per loro, l’uomo migliore, un esempio di virtù, è colui che non fa alcun male, e naturalmente nessuno pensa di chiedere a qualcuno di fare anche qualcosa di buono, a parte il non fare del male. Questo dice quanto siano caduti in basso, che i loro esempi di virtù non sono meglio di qualsiasi oggetto inutile che non sia dannoso.

Il bue sospirò profondamente, e il suo respiro sollevò la polvere dalla strada.

– Così, – il bue proseguì i suoi tristi pensieri – da questo punto di vista, non siamo io e i miei simili migliori in ciò di tutti loro? Io non ho mai assassinato nessuno, non ho mai diffamato alcuno, non ho rubato nulla, non ho licenziato un uomo innocente dal pubblico servizio, non ho causato un ammanco nel tesoro nazionale, non ho dichiarato una bancarotta fraudolenta, non ho mai posto in catene o arrestato delle persone innocenti, non ho mai calunniato i miei amici, non sono mai andato contro i miei principi bovini, non ho reso falsa testimonianza, non sono mai stato un ministro di stato e non ho mai causato alcun male al paese, e non solo non ho mai fatto alcun male, ma faccio anche del bene a coloro che mi fanno del male. Mi madre mi ha dato alla luce, e subito degli uomini malvagi mi hanno sottratto il latte di mia madre. Se non altro Dio ha creato l’erba per noi buoi, e non per gli uomini, eppure essi ci privano anche di questa. Pure, nonostante tutti quei colpi, noi tiriamo i carretti degli uomini, ariamo i loro campi e gli diamo il pane. Malgrado ciò nessuno ammette i meriti di ciò che facciamo per la patria…

– Oppure considerate il digiuno come esempio; be’, agli uomini, la religione dice di digiunare in tutti i giorni festivi, eppure essi non sono disposti a sopportare nemmeno questo piccolo digiuno, mentre io e la mia gente digiuniamo tutta la vita, sin da quando siamo stati svezzati per la prima volta dal seno di nostra madre.

Il bue chinò il capo come se fosse preoccupato, quindi lo risollevò di nuovo, sbuffò con rabbia, e parve che qualcosa di importante gli stesse tornando in mente, tormentandolo; d’un tratto, mugghiò gioiosamente:

– Oh, adesso lo so, deve trattarsi di questo – e seguitò a ragionare, – è questo: essi sono fieri della loro libertà e dei diritti civili. Devo ponderare seriamente la questione.

Ed esso pensava, pensava, ma non riusciva a comprendere.

– Quali sono questi loro diritti? Se la polizia gli ordina di votare, essi votano, e parimenti, noi potremmo altrettanto facilmente mugghiare: “Pee-e-e-er!” E se non gli viene ingiunto, essi non osano votare, o anche solo immischiarsi in politica, proprio come noi. Essi inoltre vengono battuti in prigione, anche se sono del tutto innocenti. Se non altro noi mugghiamo e agitiamo la coda, ed essi non hanno nemmeno questo piccolo coraggio civico.

In quel mentre, il suo padrone uscì dalla taverna. Ubriaco, barcollante, gli occhi annebbiati, mormorando qualche parola incomprensibile, egli si diresse errando verso il carretto.

– Guardate, come sta usando questo fiero discendente la libertà conquistata con il sangue dei suoi antenati? Certo, il mio padrone è un ubriacone e un ladro, ma come usano gli altri questa libertà? Semplicemente per oziare e inorgoglirsi del passato e del merito dei loro antenati al quale hanno contribuito tanto quanto me. E noialtri buoi, noi siamo rimasti lavoratori laboriosi e utili tanto quanto lo furono i nostri antenati. Siamo buoi, ma possiamo ancora essere fieri del nostro duro lavoro e dei nostri meriti oggidì.

Il bue sospirò profondamente e preparò il collo per il giogo.

 

A Belgrado, 1902
Per il progetto “Radoje Domanovic” tradotto da Walter Taurisano, 2020

Demon (2/2)

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II

A grand sunset. The west is covered in pink hues, and the forests look as if they were engulfed in flames of most vivid colours.

Đorđe read until dusk, and then he went out to the garden to rest and enjoy in the most beautiful time of day.

He recalled Turgenev’s descriptions of nature’s wonders, so he started observing each little cloud, each nuance of the magical colours of the sunset, the forest, the sky showing here and there through the trees, and the rays of the sun piercing through as if there were a red-hot mass of blood flowing behind the forest. He looked at the branches lightly trembling, and the leaves fluttering in the wind.

It seemed to him as if the whole nature possesses a soul, boundless and magnificent, and that his soul had blended with it, and surrendered to silent, sweet longing, and mysterious, grandiose serenity.

Suddenly he heard hooves stomping and he looked up the road. Two horsemen rushed towards him in a cloud of dust, and dismounted before his house.

Another scribe from the county seat, accompanied by a gendarme.

– Good afternoon! – muttered the scribe through his teeth, all dignified and pompous, looking almost over Đorđe’s shoulder, and not even waiting for him to greet them back, he asked in a sharper, more official tone:

– Are you Đorđe Andrić, the philosopher?

– I am – said Đorđe, looking astounded at the scribe and the gendarme strolling back and forth by his side, frowning seriously.

– Are you the one distributing books that are against the current state of affairs and the government?! – asked the scribe, full of authority.

– Me?! – asked Đorđe, shocked by such an unexpected question, and he just could not believe what was going on.

Gendarme made a slight cough, but with such an air of importance as if he were saying: “Beware, I am also standing before you in this uniform, in all my power and might!”

– Kindly come inside the house! – ordered the scribe. Gendarme approached him with his chest forward.

– But I don’t know what it is you want, I don’t even know who you are!…

– Now you’ll get to know who I am! – shouted the scribe as he nodded at the gendarme.

Gendarme grabbed his arm, pushing him forwards, and uttering in an even sterner tone:

– Get in when you’re spoken to, quit playing the fool! – pointing at the door.

Đorđe went in.

Only his mother and his three-year old nephew were in the house, while others had gone to work in the fields, where they will stay the whole night.

When the scribe entered, the poor lady bowed, and approached meekly to greet them, but he didn’t even look at her, he just followed Đorđe into the room.

Gendarme followed them inside with the same important air.

The search started. They collected all the books and papers. Night fell. They lit a candle and ransacked the house and the basement, they even raised the icons from the walls to check if there was something behind them.

The moon was shining and the stars were alight. Windmills are clattering and work songs were echoing in the air. It would’ve been such a pleasure just to stand and watch all the beauty surrounding them.

The old woman sat alone in front of the house and cried, praying to God, while young Ivica was sitting on the doorstep playing, unwinding a ball of yarn from his grandma’s basket.

At the same time, far away from home, Đorđe was walking in front of the gendarme.

Deep in thought and shaken by the strange event, he could not enjoy hearing his favourite work song:

Shine, oh moon, shine, cold light!

Only a young dreamer could have felt the weight of Đorđe’s thoughts and emotions.

In front of them a farmer was driving a cart full of wheat. Cowbells on the oxen were clanking in the rhythm of their gait, and the farmer was singing out loud:

Oh, dark night, cold till the morrow,
Oh, my heart so filled with sorrow!

Never before has Đorđe felt and understood so vividly and so strongly this song that was forged by suffering from the hearts of the common folk.

The next day, having spent the night under surveillance in the tavern, by the mercy of the chief inspector, Đorđe was now standing before him bareheaded, pale, and tired of the sleepless night and strange thoughts.

Chief inspector started interrogating, and an apprentice clerk was taking notes.

– What is your name?

– Đorđe Andrić.

– What is your occupation?

– I am a student.

Chief inspector must have counted this to be an aggravating circumstance.

– How old are you?

– Twenty one.

– Have you ever been convicted?

– I was put in detention during my first year in grammar school.

– What for?

– For calling a friend ‘beanpole’!

Chief inspector thought about something for a second, searched through the books and muttered to himself:

– Right, defamation! Who sentenced you?

– Class teacher did!

Chief inspector winced, and it looked as if he were ashamed of himself.

– Have you ever been convicted by a civil court?

– How could I’ve been when I’m still a student?!

Chief inspector fell silent, mulling something over, and at long last he mumbled:

– This is an urgent matter – he coughed and continued the interrogation after having finished a whole cigarette and drinking a glass of water, just like a man preparing to embark on a serious undertaking.

– What did you read yesterday?

– The “Demon”!

– Write that down! – shrieked the chief inspector. – Did you read it to anyone else?

– No, but I could recommend it to anyone as very nice reading.

– You are standing before authority, think well before you repeat that it is nice, very nice reading!

– Very nice!

– You dare say so?! Write that down, he read it, and contrary to civil laws still claims that a forbidden thing is nice.

– In the name of God, Sir, what is so horrible in saying that Lermontov’s “Demon” is a nice thing? Do the laws forbid that?

– Who are you trying to deceive? Who’s asking you about Lermontov? Don’t tempt your fate by trying to play tricks with the chief inspector!

– That’s what you’re asking me about!

– About what?!

– Well, the Lermontov’s “Demon”, whether it is a nice thing!

– So?!

– So I’m saying that the poet is a genius and rightfully celebrated.

– Don’t give me this nonsense, tell me what is it you like in that book, that is what I want, understand! – shouted the chief inspector thumping his feet which made the whole building trembled.

Đorđe was astounded, but he had to quote, so he chose verses randomly:

By the first day of our creation
I swear, and by its final night
I swear by evil’s condemnation
And by the triumph of the right!

– Enough! Don’t you make a fool of me with this nonsense! – shouted the chief inspector slamming his hand on the table angrily.

– Well you asked for it!

– I know what I’m asking for, speak up before I show you what I can do!

The clerk was picking his teeth, eyeing the chief inspector and the student, dumbfounded by the proceedings.

– But I assure you that is the “Demon”! – said Đorđe, all sweating from anger.

Chief inspector sat still for a moment, and then he asked:

– So, it’s in a poem?!

– Yes, Lermontov is a poet!

– Don’t you mislead me!

– Well he wrote it!

– Who did?

– Lermontov.

Chief inspector rang his bell, and ordered to have Lermontov looked up in the Police Herald.

– It’s Zmaj’s translation!

– What translation?

– Of the book.

– Who is that Lermontov?

– Russian.

– A-ha, so he is Russian?! – said the chief inspector, gawking at him, lost for words.

The clerk returned and said that there is no such thing in the Police Herald.

It took a lot of explanation for the chief inspector to come to his senses, to understand that poets are not photographed for warrants in the Police Herald, and that this is a book publicly available to anyone.

He even ordered a copy of Zmaj’s “Poems” to be brought from the bookstore, to make sure it is in there.

Eventually his tone softened, and became almost cordial:

– Alright, alright, sir, we will see about this; I will keep, you know, just in case, that Russian book, until I’ve inspected it! Our job is hard, you see. We step on people’s toes, and all that because of our work. And people do not understand, they think it’s all my whim!

– Goodbye.

– Farewell, give my regards to your family, we did put you on a bit of a rough spot, haven’t we?

This may have happened somewhere once, some time ago in some strange land, and it may not have even occurred on Earth, if perchance there are people inhabiting the Moon. It is most likely to believe this to be a dream of mine. Dreaming feels so sweet, and I do not want to become disappointed like Đorđe. Already he thinks somewhat differently now, and he stopped dreaming only about poems.

 

Belgrade, 16th September 1898
Published in “Novi Odjek” (New Echo) on 20th September 1898

 

For the “Radoje Domanović” Project, translated by Vladimir Živanović, proofread by Linda Hopkins.
English translation of Lermontov’s verses taken from: Narrative Poems by Alexander Pushkin and by Mikhail Lermontov, Random House, New York 1983, translated by Charles Johnston.

 

Remark: Although the author states that events from this short story had most probably only occurred in his dream, they also would not be entirely unlikely. The end of the XIX century saw Serbia under an oppressive, reactionary regime of the Obrenović dynasty. After a defeat in war with Bulgaria and serious domestic difficulties, in 1889, King Milan abdicated in favour of his only son, Aleksandar, and left Serbia for Paris where he joined his then mistress. However, during certain periods of his son’s reign, he still exerted a significant influence over domestic politics.

In October 1897, Milan returned to Serbia and was appointed by his son to be commander-in-chief of the Serbian Army. Sometime after this appointment (late 1897 or early 1898), a young Belgrade lawyer Ljubomir Živković wrote a 20-page pamphlet against the ex-king, called “The Demon of Serbia”, which was printed abroad in 50,000 copies, and circulated illegally in Serbia, describing the ex-king as a gambler and a philanderer, full of hatred towards the Serbs, and willing to ruin the army and the whole country for his own personal gain. Although the pamphlet was banned and destroyed by the government, a couple of copies of are still extant.

It is also interesting to note that this story is the first satirical work written and published by Radoje Domanović, who had just moved to Belgrade around that time, having been dismissed from his teaching post in Leskovac in July 1898 due to his membership in the opposition People’s Radical Party, and further diminishing any possibility of working in the public sector after proposing a resolution against the government on the Tenth Assembly of the Teachers’ Society in August 1898.

Demon (1/2)

Sweet are the days of childhood; sweet are the dreams of youth. Blessed is he who had never woken up to feel all the bitterness of life and its waking moments.

Our days pass fleetly, time flies, events speed by us so quickly, and in this weird whirlwind of events, one cannot even dream; you have to wake up, even if you haven’t slept through the sweetest dreams of the happiest days of your youth.

Our hero had grasped the reality of life when he was twenty-one years old, during his studies at the Grande École.

The school was on holiday, so Đorđe went back home to spend the summer and enjoy the lovely forests of his birthplace, in the loving embrace of his parents.

The first morning upon his arrival, he took the narrow path through the forest, which leads to a spring on top of the hill. From the top, there is a beautiful view of the whole surroundings.

He sat on the bench he made himself under the linden tree by the spring, listened to the murmuring of water, and quaffed the fragrance and the fresh breath of the summer morning. He watched the forests, pathways and meadows he used to run along so many times in his childhood. He watched the white houses of his neighbours, standing out among the orchards and forested hills; countless childhood memories awakening in his mind.

He feels as though everything in this land knows him, everything loves him, even the sun warms him more kindly, and wind caresses him more gently, as if the whole nature greets him through the silent whisper of the stream, and rustling of the leaves: “Welcome home!”

Thousands of the most beautiful verses circled through his mind, and he recited them out loud passionately as if he was looking for help expressing his emotions.

He returned home fresh and merry, his face shining from inner happiness and pleasure.

After breakfast, he lay on the couch, and took a book – Lermontov. That is his most loved poet, maybe because he just started reading his books, or generally his best of all.

His father was sitting in the kitchen with two-three other farmers, discussing the prices of wheat and other crops.

Đorđe was reading, without listening to them, although the door to the kitchen was by chance left open.

The conversation stopped, so Đorđe also stopped reading and looked that way.

Someone greeted the room, and he could hear a saber rattling.

The farmers stood up and removed their hats.

“Must be the county scribe,” Đorđe thought to himself disinterestedly and continued reading.

Old Jakov, Đorđe’s father, immediately boasted to the scribe that his son had returned from studies, and he led him into the room filled of pride and joy.

It didn’t feel right for Đorđe to be interrupted, but he stopped reading, and greeted the scribe.

– You were reading, and we disturbed you! – said the scribe sitting down, taking off his service cap, and smoothing his hair.

– Never mind, never mind! I love to read, but I love company even more! – said Đorđe.

– Well, yes, that’s what we educated people enjoy! I read a lot myself, I must have read, truth be told, a basket of books that big! – said the scribe proudly, pointing at the laundry basket under the table.

Old man Jakov stood by the door, holding his breath, absorbed in the pleasure of seeing that his son knows how to talk to high-ranking people.

The farmers stood by the door in the kitchen, listening attentively, as if they were expecting to hear something new and good for themselves, about the taxes or something else.

Đorđe started browsing through the book idly.

— What is the young master reading, if I may ask? — The scribe interrupted the silence.

— Lermontov — Đorđe replied.

—Ri…i…i…ght! Very nice to hear that, it is a wonderful novel, I did read it somewhere before. Which volume are you reading?

— He is a poet! — said Đorđe.

— Yes, yes, a poem, what was I thinking! Oh, such a famous piece! — said the scribe vividly slapping his knee, and then he smiled, tapped himself on the head and waved his arm in a gesture of ridiculing himself as if he had forgotten something so familiar to him as his own name.

— Which volume is out now, you were saying?… I think I kept buying until the fifth volume!

— These are collected works, it does not come out in volumes!

— Oh, yeah, yeah, right, that’s right, I must’ve been thinking about a play by Branko Radičević[1], that’ll be it… What part were you reading just now?

— I’m just reading the “Demon”. Extraordinary piece, and verses so melodic that they couldn’t be more beautiful! – exclaimed Đorđe.

Scribe fell silent suddenly, and started rubbing his forehead, frowning, as if he were recollecting something.

“Seems like that’s one of those forbidden books!” – He thought, and suddenly postured himself as a person of authority. He wanted to jump up, grab the book, and shout at Đorđe: “Forwards, in the name of the law!” He had to restrain himself, because he was not yet entirely certain that is the case, so he decided to interrogate him skillfully, making sure that Đorđe will not notice as he leads him on, and then he will immediately go and report about his important finding.

So he smiled again and said in his most courteous tone:

– Young master would be so kind to read a nice segment to me. I enjoy listening to such things!

– With pleasure, – said Đorđe, glad to get to read, just to stop the conversation he was getting fed up with. He remembered that the scribe cannot speak Russian, so he didn’t even ask him, but took Zmaj’s[2] translation of the “Demon” and started from the beginning.

A Demon, soul of all the banished,
Sadly above the sinful world
Floated, and thoughts of days now vanished
Before him crowdingly unfurled.

This felt somehow obscure to the scribe, and he thought that therein lay the danger.

“Wait, let me dupe him like this a bit”, he said to himself, and interrupted Đorđe saying:

– Quite a beautiful piece!

– Extraordinary! – said Đorđe.

– But just as long as it is not somehow against the current state of affairs in the country!

Đorđe didn’t even listen to him, and had no idea what he wanted to say. He kept reading, and the scribe listened, and as he listened, one word or another evocated terrible images in his mind.

“That’s it, that’s it!” he thought to himself, but still there was something suspicious about Tamara!

“Which Tamara might that be…? A-ha!” he thought, explaining it to himself in his own way, “I know which one it is!”

Oh, soul of evil, soul unsleeping,
In midnight gloom, what tryst is keeping?
None of your votaries are here…

“Well, that’s that!” the scribe thought to himself and stood up. His belief was now stronger than suspicion.

– Nice, nice piece, really beautiful! – He said, smiling, and in a sweet tone apologized that he had to leave, which is a pity because he had had such a pleasant time.

“Now you’ll see your joy, you little fish!” he thought maliciously after he had left the house.

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[1] Branko Radičević (1824–1853) was one of the most influential Romantic poets in modern Serbian literature, especially since he was the first poet to use the simple language of the common people in his works. During his lifetime he published two collections of poems (in 1847 and 1851), and his remaining poems were collected in a third book that was published posthumously (1862); he did not write any plays.

[2] Jovan Jovanović (1833–1904), best known in Serbia mononymously by his nickname “Zmaj”, was one of the most prolific Serbian poets and translators of the XIX century. He translated from Hungarian, German and Russian, and he made it possible for Serbian audiences to enjoy works of Goethe, Heine, Tennyson, Petőfi, Lermontov and many others.

Rozjímání jednoho obyčejného srbského vola

Tento svět je plný zázraků. Naše země je, jak mnozí říkají, zázraky přímo zaplavena a to do takové míry, že už o zázraky ani nejde. Na vysokých pozicích se nachází lidé, kteří vůbec nepřemýšlí. Na druhé straně snad jako kompenzace či z jakéhokoliv jiného důvodu existuje jeden obyčejný rolnický vůl nelišící se od ostatních srbských volů, který začal rozjímat. Kdo ví, co se stalo, že se toto výjimečné zvíře pustilo do tak smělého činu. A to obzvláště zde v Srbsku, kde bylo již mnohokrát dokázáno, že tato nešťastná činnost může přinést jen obtíže. Řekněme tedy, že tato ubohá bestie v celé své naivitě netušila, že tato činnost není v jeho zemi žádoucí. Nebudeme mu tedy přisuzovat žádnou občanskou odvahu. Záhadou ovšem zůstává, proč by měl vůl rozjímat, když není voličem, radním, ani purkmistrem. Nebyl zvolen ani jako zástupce valného shromáždění turu domácího, či senátorem (je-li jeho věk přiměřený). A pokud on, ta ubohá duše kdy snila o tom stát se ministrem v zemi turů, měla by naopak aplikovat metodu, jak přemýšlet co nejméně je to možné, podobně jako vynikající ministři.  Ovšem ani v tom naše země nemá štěstí. Konec konců proč bychom se měli pozastavovat nad tím, že jeden vůl převzal těžký úkol, kterého se lidé zřekli? Je dosti možné, že jeho rozjímání je jakýmsi výsledkem základního instinktu.

Tak tedy, o jakého vola to vlastně jde? Jde o běžného vola, o kterém zoologie říká, že má stejně jako kterýkoliv jiný vůl hlavu, tělo, končetiny. Táhne povoz, žere trávu, olizuje sůl, přežvýkává a bučí. Jeho jméno je Sivonja, šedý vůl.

Začal uvažovat takto. Jeho pán jednoho dne zapřáhl jak jeho, tak i jeho kamaráda Galonju. Na povoz naložil několik ukradených plotových sloupků a vyrazil do města prodat je. Jakmile vstoupil do města, téměř okamžitě sloupky prodal. Posléze Sivonju a jeho kamaráda vypřáhl z povozu, hodil před ně svazek trávy a vesele odešel do malé hospůdky, aby se tam občerstvil několika nápoji.  Ve městě právě probíhal festival. Kolem tak procházely spousty mužů, žen a dětí. Galonja, který byl mezi ostatními voli znám tím, že byl lehce přihlouplý, dění kolem sebe nepozoroval. Místo toho se ve vší vážnosti zajímal pouze o svůj oběd. S čistým požitkem si nacpal břicho a poté si lehl a spokojeně přežvýkával a podřimoval. Procházející lidé ho vůbec nezajímali.  Jen spokojeně podřimoval a přežvýkával (je škoda, že to není člověk,  neboť má všechny předpoklady pro slibnou kariéru).  Sivonja ovšem nedokázal pozřít ani sousto.  Na první pohled bylo z jeho zasněných očí a smutného výrazu ve tváři patrno, že je to myslitel, dobrá a vnímavá duše. Kolem něho procházejí lidé, Srbové, hrdí na svou slavnou historii, na své jméno, národ. Jejich hrdost se projevuje jak v jejich chování, tak v jejich chůzi.  Sivonja to celé pozorně pozoroval. Z ničeho nic byla jeho duše zaplavena zármutkem a bolestí nad obrovskou nespravedlností. Tak náhlé a silné emoci ale nemohl nepodlehnout. Smutně a bolestně zabučel. Z očí se mu začaly řinout slzy. Zaplaven obrovskou bolestí začal Sivonja rozjímat:

– Na co je můj pán a jeho krajané, Srbové, tak pyšný? Proč všichni nosí hlavy tak vysoko a dívají se na mé lidi s pýchou a opovržením? Jsou pyšní na svou domovinu, pyšní na milosrdný osud, který jim umožnil, že se narodili zde, v Srbsku. Má matka mě také porodila zde, v Srbsku. A Srbsko není jen mou rodnou zemí, ale je rodnou zemí i mého otce a mých předků. Stejně jako jejich. Všichni do této staré slovanské země přišli společně. Ovšem nikdo z nás, nikdo z volů, na to není hrdý. Naše hrdost tkví ve schopnosti táhnout těžká břemena do kopce. Do dnešního dne se nestalo, aby nějaký srbský vůl řekl německému volovi: “Co po mě chcete? Já jsem srbský vůl. Mou domovinou je hrdá Srbská země. Všichni mí předci tam vyrostli. A zde, tato země, je hrobem mých předků.” Bůh chraň, na tohle my jsme nikdy hrdí nebyli. Nikdy nám to na mysl ani nepřišlo. A oni jsou na to tak hrdí. Zvláštní lidé!

Vůl unášen těmito myšlenkami smutně zaklepal hlavou. Zvon na jeho krku se rozezněl a zapraskalo jho. Galonja otevřel oči. Podíval se na svého přítele a zabučel:

– Tady to máš. Zase ty tvoje nesmysly. Najez se, blázne. Ať se trošku obalíš tukem. Podívej se, jak ti všude trčí žebra. Pokud by přemýšlení bylo k něčemu dobré, lidé by to také nechali na nás, na volech. Potom bychom ale nebyli tak šťastní.

Sivonja se s lítostí podíval na svého kamaráda. Odvrátil od něho svou hlavu a opět se ponořil do svých myšlenek:

– Jsou pyšní na svou úžasnou historii. Mají své Kosovo pole, Bitvu na Kosově poli. Velká věc. Cožpak tenkrát mí předci netáhli vozy s potravinami a výzbrojí? Kdyby nebylo nás, lidé by to sami nezvládli. Potom tu máme povstání proti Turkům. Velká, ušlechtilá věc. Ale kdo tam tenkrát byl? Byli to snad tito hlupáci, co nosí nosy nahoru a kteří se přede mnou hrdě nosí jako kdyby to povstání bylo jejich zásluhou? Podívejte se například na mého pána. Je tak hrdý a i on se chlubí tímto povstáním. A to zvlášť faktem, že jeho praděd položil svůj život za války za svobodu jako statečný hrdina. Copak tohle je zásluha mého pána? Jeho praděd měl právo být hrdý, ale on ne. Jeho praděd zemřel za to, aby můj pán, jeho potomek, mohl být svobodný. A tak je svobodný. Ale jak svou svobodu užívá? Krade ostatním lidem plotové sloupky, sedí na voze a to já musím táhnout jak jeho, tak ty sloupky. On si v klidu podřimuje za otěžemi. Teď ty svoje plotové sloupky prodal, popíjí kořalku, nic nedělá a je hrdý na svou slavnou historii. A kolik mých předků bylo zabito během povstání, jen aby nakrmili bojovníky? A cožpak mí předci v té době netáhli všechnu výzbroj, děla, potraviny a střelivo? A přesto si nepřisvojujeme jejich zásluhy, protože my jsme se nezměnili. Dodnes svou povinnost plníme stejně jako kdysi naši předkové, svědomitě a trpělivě.

– Oni jsou hrdí, že jejich předkové trpěli pět set let v otroctví. Náš druh trpí celou svou existenci. Do dnešního dne stále trpíme a jsme otroci. Přitom nekřičíme z plných plic. Oni říkají, že Turci je mučili, vraždili, napichovali je na kůly… mí předci byli vražděni jak Srby, tak Turky. Byli opékání a prošli si mnohým utrpením.

– Oni jsou hrdí na své náboženství. Přitom nevěří ničemu. Copak je to chyba moje či mých druhů, že nás Křesťané mezi sebe nepřijmou? Jejich náboženství jim říká: “Nepokradeš.” A podívejte se na mého pána, který krade a pije za peníze, které získal z krádeže. Jejich náboženství jim říká, aby milovali bližního svého. Přitom jeden druhému neustále ubližují. Pro ně nejlepší člověk, příklad samé ctnosti, je ten, který nikomu nezpůsobí žádnou újmu. A samozřejmě, nikdo z nich se nenamáhá, aby kromě toho, že nikomu neublíží, udělal i něco dobrého. Tak hluboko klesli. Jejich příklad ctnosti může být jakákoliv zbytečná věc, která nikomu nezpůsobí žádnou újmu.

Vůl si zhluboka povzdechl. Jeho dech zvířil prach na cestě.

– A tak – pokračoval vůl ve svých smutných úvahách – cožpak já a mí druzi nejsme lepší než kdokoliv z nich? Já nikdy nikoho nezavraždil, nikdy jsem nikoho nepomlouval, nikdy jsem nic neukradl. Nikdy jsem nevinného nevyhodil z veřejné služby, nikdy jsem se nedopustil zpronevěry, nikdy jsem nevyhlásil falešný bankrot. Nikdy jsem k řetězům nepřivázal a nezajal nevinné lidi. Nikdy jsem nepomlouval své přátele. Nikdy jsem nešel proti zákonům volů.  Nikdy jsem neučinil falešná svědectví. Nikdy jsem nebyl ministrem státu a nikdy jsem zemi neublížil. A nejenom že jsem nikdy neublížil, já dokonce činím dobré skutky těm, kteří ubližují mně. Když mě má matka porodila, okamžitě mě ti zlí lidé odstavili od jejího mateřského mléka. Alespoň že Bůh pro nás voli vytvořil trávu. Ne pro lidi. Přitom i o tu nás oni připravili. I přes všechno to bití stále táhneme jejich vozy, oráme jejich pole a dáváme jim chléb. Přesto si nikdo neváží našich skutků, které děláme pro naši rodnou zem…

– Nebo podívejme se například na půst. Náboženství lidem káže, že se mají o postních dnech postit. Oni ale nejsou ochotni podstoupit ani malý půst. Přitom já a mí přátelé se postíme celé naše životy a to od chvíle, co nás odtrhli od prsou našich matek.

Vůl utrápeně sklonil hlavu. Poté ji opět zvedl. Vztekle zafuněl. Zdálo se, že si vzpomněl na něco důležitého. Něco, co ho velice trápí. Z ničeho nic vesele zabučel:

– Oh, teď už vím. To musí být ono – a pokračoval ve své úvaze – tak to je. Jsou hrdí na svou svobodu a občanská práva. Musím se nad tím vážně zamyslet.

A tak přemýšlel dál. Přemýšlel, ale vymyslet to nedokázal.

– O jaká práva jde? Pokud jim policie nařídí, aby volili, jdou volit. My ale můžeme úplně stejně zabučet: “Pro-o-o-o!” A pokud jim to nikdo nepřikáže, nebudou volit, nebo se vměšovat do politiky tak jako my. Ve věznicích je taky bijí, a to i když jsou nevinní. Když nic, my alespoň bijeme a máváme ocasy. Oni ani tuhle trochu občanské odvahy nemají.

V ten moment jeho pán vyšel ven z hospůdky. Opilý, vrávorající, pohled rozmazaný, mumlajíce nesrozumitelná slova nejistě vyrazil směrem k vozu.

– Jen se podívejte, jak tento hrdý potomek využívá svou svobodu, kterou získal krví svých předků. Správně. Můj pán je opilec a zloděj. Jak ale ostatní využívají svou svobodu? Zahálí a jen se chvástají minulostí a zásluhami svých předků, ke kterým oni se přičinili stejnou měrou jako já. A my, volové, my stále pilně dřeme a jsme užitečnými pracovníky stejně jako kdysi naši předci. My jsme jen volové, ale i dnes můžeme být hrdí na naši náročnou práci a zásluhy.

Vůl si zhluboka povzdechl a nastavil krk, aby mohl být opět zapřažen.

 

V Bělehradě, 1902
Pro “Radoje Domanović” Projekt přeložila Petra Bajerová, 2020